Il Taccuino
DEDALOMULTIMEDIA
03-06-20

dunarea de jos 2020

In questi giorni tutti inneggiano al miracolo italiano di aver ricostruito il ponte di Genova in meno di due anni dal crollo. pamoramica ennaRicordandomi ogni tanto di essere ingegnere, anch’io sono soddisfatto di questa impresa e della grande capacità progettuale, costruttiva e imprenditoriale che abbiamo messo in campo. Complimenti.

Un attimo dopo, però, capisco che questo è stato appunto un “miracolo”, un fatto quasi soprannaturale, che supera i limiti delle nostre capacità e soprattutto delle cose normali.

Perché ci sono state tante coincidenze fortunate, l’emozione per il crollo di un’opera storica come il ponte Morandi, la perdita di tante vite umane, una città e una regione spezzati in due, una grande Archistar come Renzo Piano che mette a disposizione gratuitamente un progetto in poche settimane, una tecnologia navale particolarmente efficiente, la nomina di un commissario che ha fatto il suo dovere, etc. Fatti straordinari.

Perché tanto pessimismo? Perché per il resto l’Italia rimane quella che era prima. A pochi chilometri da Genova, nemmeno un mese fa cade un altro ponte storico, quello sul fiume Magra al confine tra Liguria e Toscana. A fine 2019 era crollato un tratto della A6 vicino Savona, solo per restare in zona.

Il direttore mi ha mandato uno stralcio di una intervista proprio a Renzo Piano sul Corriere della Sera del 2 aprile scorso. L’architetto parla del tempio di Ise, in Giappone: “Sa perché è importante il tempio di Ise? Viene distrutto e rifatto ogni vent’anni. In Oriente l’eternità non è costruire per sempre, ma di continuo. I giovani arrivano al tempio a vent’anni, vedono come si fa, a quaranta lo ricostruiscono, poi rimangono a spiegare ai ventenni. È una buona metafora della vita: prima impari, poi fai, quindi insegni. Sono i giovani che salveranno la terra.” L’argomento è interessante sotto l’aspetto tecnico ma soprattutto sotto l’aspetto sociale filosofico. Ci torneremo.

Intanto io faccio una riflessione terra-terra: noi abbiamo l’ambizione di costruire per l’eternità. Ci sono riusciti in parte gli antichi romani, ma noi davvero pretendiamo che i nostri ponti durino per sempre? Forse lo pensava solo l’ANAS fino a qualche tempo fa.

Questo a proposito di manutenzione di strade, autostrade, ponti e viadotti. Ma se parliamo di ponti che cadono e che devono essere riscostruiti allora la situazione si fa tragica e paradossale.

Partiamo dal livello regionale, per rispetto. Poco più di cinque anni fa, il 10 aprile 2015 crollava il viadotto Himera lungo la A19 in direzione Catania. A distanza di cinque anni ancora il nuovo viadotto in acciaio è lì a pezzi che aspetta di essere montato. Ma ci vollero sette mesi e oltre 7 miliardi per realizzare il by pass, oltre un anno per riaprire l’altra carreggiata (che secondo tanti illustri tecnici si poteva riaprire già dopo le prime verifiche) e poi… Adesso ci dicono che per montare gli ultimi 270 metri bisogna ancora aspettare. Come dicevano gli antichi: ‘a calunia ci fu…

E passiamo al livello locale. Qualcuno ricorda la panoramica? Era il 10 febbraio 2009 quando crollarono due campate della strada provinciale n.28, intesa “panoramica”. Ci vollero più di sei anni per trovare i soldi, fare il progetto e appaltare i lavori. I lavori stavano per cominciare e… il 28 marzo 2015 avvenne il secondo crollo. La sana ma infausta burocrazia decise (contro il parere dell’allora ingegnere capo del genio Civile Marchese) che i lavori non potevano iniziare e tutto ricominciò da capo. Passano gli anni e altri quattro son lunghi e viene completata la nuova gara (dopo la stessa trafila della volta prima). A luglio la stampa riporta che il contratto è stato sottoscritto e a breve sarà pronto il progetto esecutivo. Le ultime notizie che ne ho avuto (direttamente) risalgono ad agosto 2019. Eravamo tutti pronti… Poi più nulla.

Non mi risulta che qualcuno in questi anni abbia chiesto notizie, si sia preoccupato che la città alta è rimasta un cul de sac (un grande vicolo cieco, che avete capito?). Anzi al Comune (di Enna e di chi altro?) ci si è premurati già da tempo di togliere la sp 28 dal piano di protezione civile come strada di esodo dal centro storico, e questo nonostante sia la protezione civile a cacciare i soldi alla provincia, ex provincia. Adesso per fortuna (sic) c’è stato il covid-19 e non una stagione invernale particolarmente piovosa, perché altrimenti ne sarebbe caduto un altro pezzetto e saremmo punto e a capo. Ma a capo di che?

Dello svincolo di Enna parleremo un’altra volta.

Peppino Margiotta

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