No alla violenza
DEDALOMULTIMEDIA
07-05-21

 

La cultura dello stupro è il termine usato per analizzare e descrivere una cultura nella quale lo stupro e altre forme di violenza sessuale sono comuni, ed in cui glicultura dello stupro1 atteggiamenti prevalenti, il linguaggio dei mezzi di comunicazione, le norme, normalizzano, minimizzano o incoraggiano lo stupro ed altre forme di violenza sulle donne.

Alcuni pensano che l'uso della forza nel corteggiamento da parte dell'uomo sia legittimo, poichè si pensa che la donna non possa concedersi liberamente, ma necessiti della violenza come pretesto per avere un rapporto sessuale. In tale orizzonte culturale, si ritiene che uno stupro sia comunque stato provocato dalla donna, con atteggiamenti volutamente ambigui o con rifiuti poco chiari.

Trattasi di mentalità atavica, già fra i Greci, Erodoto sosteneva che il matrimonio forzato per rapimento è desiderato dalle donne e quindi è saggio non preoccuparsi del loro destino. Fra i Latini Ovidio, nella sua  Ars amatoria, afferma che la donna ama subire violenza. In altre culture, la donna non può esprimere il proprio assenso nemmeno ad una proposta di matrimonio, che infatti nella sua forma tradizionale avviene per rapimento. 

Nel 1975 Susan Brownmiller, nel suo libro “Contro la nostra volontà: uomini, donne e stupro” afferma che “lo stupro è un processo cosciente di intimidazione con cui tutti gli uomini mantengono tutte le donne in uno stato di paura”. Questo paradigma si è esteso nelle scienze sociali e negli studi di genere, dove si teorizza che lo stupro non riguarda l'orientamento sessuale o il desiderio sessuale: è al contrario un atto di potere e di controllo in cui la vittima viene brutalizzata ed umiliata.

All'interno di questo paradigma, gli atti di "blando" sessismo vengono comunemente usati per validare e razionalizzare pratiche normative misogine; ad esempio, si può dire che le barzellette sessiste promuovano la mancanza di rispetto per le donne e una contestuale mancanza di rispetto per il loro benessere, che in ultima analisi fanno sembrare accettabile il loro stupro e abuso. Esempi di comportamenti che tipizzano la cultura dello stupro comprendono la colpevolizzazione della vittima, la banalizzazione dello stupro carcerario, lo slut-shaming e l'oggettivazione sessuale.

Centri antiviolenza, i Telefoni donna, le Case delle donne, oltre ad aiutare ed assistere le donne che hanno subito violenza, hanno organizzato molte manifestazioni ed iniziative, sin dagli anni '70, per porre fine alla cultura dello stupro basato sul potere dell'uomo sulla donna.

Nei casi di stupro, si osserva spesso la c.d. “colpevolizzazione della vittima”, una strategia che può essere attuata come una delle tecniche di neutralizzazione tipiche, in cui la responsabilità del gesto viene capovolta e l'onere della colpa viene addossata sulla vittima, indicata come colpevole di comportamenti di provocazione sessuale e quindi, seppur in via indiretta, criminogeni.

Nel caso di vittima femminile, ad esempio, la donna stuprata può essere indicata quale vera colpevole della devianza dello stupratore, il quale sarebbe stato indotto all'approccio sessuale dalla condotta ammiccante della vittima, da un suo particolare abbigliamento, o da sui eventuali atteggiamenti sensuali o provocanti. 

Le cose non cambiano se la vittima di stupro è un uomo, le dinamiche di colpevolizzazione sono assolutamente identiche a quelle di stupro ai danni di una donna. Infatti, al di là delle percentuali sicuramente più basse, allorché la vittima dello stupro è un uomo, la vittima può provare ulteriore difficoltà a riportare l'accaduto in quanto ritiene che possa essere messa in discussione la “sua virilità”. È proprio questa la “tecnica neutralizzante della colpevolizzazione della vittima”, la quale agisce secondo un meccanismo sociale imputato alla cosiddetta cultura dello stupro.

I centri antiviolenza svolgono, in tal senso, un lavoro fondamentale, consentendo alle vittime, con l’aiuto delle psicologhe e psicoterapeute che prestano la loro opera come volontarie, di prendere consapevolezza di quanto accaduto e riacquisire fiducia ed autostima in se stesse, per poter affrontare con maggiore forza e serenità il futuro.

Carmela Mazza

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