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Sabato, 25 Giugno 2022

 

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Nel gennaio 2021, il celebre scrittore newyorkese Don DeLillo pubblicò un breve romanzo intitolato “Il silenzio”, nel quale, trattando la pandemia da Covid-19 come qualcosa di giàwar terminato, egli si prepose l’obiettivo di evidenziare come le paure antecedenti allo scoppio del virus non si fossero sedate o men che meno scomparse.

Si riferiva alla guerra, a un eventuale blocco delle comunicazioni, a possibili impulsi elettromagnetici, allo spionaggio. Uno scenario quasi apocalittico nel quale, in pochi istanti, due protagonisti di ritorno dalla prima vacanza susseguente alla pandemia, si ritrovavano deprivati dei loro dispositivi elettronici, dell’elettricità, ecc., e senza che a noi lettori fosse data una reale spiegazione – solo il vaneggiamento di un deuteragonista che parlava di una guerra imminente, in uno scenario che lo richiamava chiaramente. Forse la citazione al romanzo non è sufficiente, ma chi scrive ricorda bene cosa accadeva nel 2020 prima del lockdown, prima che il Coronavirus esplodesse del tutto, e lo documentò in un articolo pubblicato su un altro giornale nel quale espresse le seguenti perplessità sull’ondata di ottimismo spasmodico che aveva investito tutti i proselitisti del “ne usciremo migliori”.

Il Covid, di fatto, ci impedì di cascare in una guerra che, a memoria, pareva persino più devastante dalle premesse, ovverosia lo scontro tra Stati Uniti e Iran. Nell’articolo di quasi due anni fa, si sosteneva come, terminata – o diradatasi – l’emergenza virale, il mondo sarebbe piombato nel caos, sia per le enormi perdite economiche – ça va sans dire –, sia per le forti disparità che si sarebbero venute a delineare tra le nazioni – per fare un esempio, nell’aprile del 2020, la Germania metteva sul piatto ben 550 miliardi per le imprese, laddove l’Italia ne riusciva a piazzare solo 20.

La situazione del Donbass non è mai finita con il Covid, tuttavia si è pensato bellamente che fosse una questione passeggera, così come l’annessione della Crimea nel 2014, problematica contro la quale si è, al più, puntato il dito ed espresso qualche critica. Ci rendiamo conto che sono passati quasi otto anni dalla crisi in Crimea e che in pochi vi abbiano mai fatto caso? Questa nuova guerra, sulle prime ancora una questione limitata alla Russia, in parte alla Bielorussia e all’Ucraina, nasce in primis a causa della poca fiducia che si è attribuita alle parole di Putin.

Sin dall’inizio, egli non ha dato mai prova di una certa propensione al dialogo, e, da parte europea, la forte dipendenza che si ha nei confronti della “Gazprom”, ci ha sinceramente impedito di poter tentare vie alternative a quella di accontentare le pretese del presidente russo sul Mar Nero – a conti fatti parrebbero questi gli interessi. Il caso del “Nord Steam 2” ce lo può ben confermare. La richiesta di un canale di diffusione del gas che accontenti il desiderio di Putin di tagliare fuori l’Ucraina dai propri rifornimenti, ma non il resto del Continente che ne dipende, è un compromesso sin troppo sbilanciato a favore di Mosca se ci si ferma un attimo a riflettere.

La presenza della Nato in Europa, d’altro canto, è sempre stata il principale motivo che ha spinto Putin verso una politica isolazionista. Sebbene non confermate, ci ricordiamo delle presunte spinte nei confronti dell’elezione di Trump nel 2016 e della fallita rielezione del 2020, poiché, in questo modo, si sarebbe ottenuto un presidente più interessato alla politica interna che a quella estera. D’altronde, il fatto che – esclusi i tre paesi baltici – Finlandia, Bielorussia, Ucraina e Moldavia, costituiscano un cordone di stati non parti della Nato garantiva un maggiore distacco della Russia dal “nemico”. Tuttavia, la fuoriuscita di Kiev dalla CSI nel 2014 ha riaperto ormai quella famosa questione che andava avanti dalla “Rivoluzione Arancione”, spingendo Putin contro lo storico rivale dei suoi conterranei, più che contro gli ucraini, ed è per questo che quanto successo alle prime luci dell’alba di questo 24 febbraio 2022 ci ha sicuramente fatto drizzare le orecchie; sin da subito ci siamo resi conto che l’indipendenza delle due repubbliche interpreterebbe la parte delle nazioni balcaniche desiderose di libertà dall’Impero Austro-Ungarico centootto anni fa, ossia una miccia di modeste dimensioni accesa sopra una dozzina di cannoni.

Eppure sorge spontanea una domanda: la mossa di Putin vuole essere una prova di forza o che altro? E la domanda nasce da due fattori: il primo riguarda l’attacco su tre fronti supportato anche dai territori dei russi bianchi di Lukashenko; il secondo è, inevitabilmente, l’accelerazione degli ultimi giorni, comprensiva del riconoscimento dell’autonomia di Donetsk e Lugansk avvenuto non più di due giorni fa. Da qualsiasi parte la si osservi, la strategia di Putin non sembra possedere i connotati di una grande offensiva volta a sottomettere l’Europa come avrebbe potuto essere la “guerra lampo” di Hitler nel 1940.

Non è chiaro se lo scopo sia annettersi l’intera Ucraina – come l’attacco alla Capitale parrebbe confermare –, oppure spingersi lungo tutto il bacino interno del Mar Nero sino a Odessa, lasciando agli ucraini Leopoli. Qualora la Nato dovesse attaccare la Russia attenendosi alla rilettura post-bosniaca dell’articolo 4, Putin si ritroverebbe sotto le mire di sin troppi fucili. Cionondimeno, dai dati emersi sugli investimenti in campo bellico, la produzione russa è stata nettamente inferiore a quella di stati come Regno Unito, Francia o Germania, le quali, come prevedibile, si trovano ben al di sotto della potenza militare statunitense. Diremmo che l’unico piano di Putin sarebbe quello di tagliare il gas all’Europa: un duro colpo, sì, ma un po’ poco per minacciare le superpotenze mondiali. È pur vero che il gas franco-statunitense non basterebbe mai a colmare un eventuale venir meno degli afflussi Gazprom, tuttavia appare comunque poco incisiva come minaccia per un’eventuale controffensiva. Sorge spontaneo chiedersi se Putin stia adottando una delle tattiche più vecchie in campo politico, ovverosia una prova di forza in ambito bellico contro un nemico decisamente alla portata – la sola Ucraina, qualora non ci dovesse essere un intervento Nato –, al fine di ricucire una spaccatura interna venutasi a creare tra lui e il popolo.

Del resto, tra la campagna vaccinale rivelatasi parecchio fallimentare e una situazione generale di malcontento anche e soprattutto economico, il Presidente russo si è progressivamente alienato, negli ultimi anni, le simpatie del suo popolo. Forse, la prova di forza di Putin è più un tentativo di colmare una qualche debolezza interna con un’azione mirata a impoverire il dominio dell’Unione sul suolo continentale. Sta di fatto che l’Ucraina è stata bombardata. Dopo settantasette anni, la guerra ritorna anche in Europa e rischia di degenerare in quella tremenda situazione che ha dato luce a tanti ipotetici scenari, a tanta letteratura, ma che ci appariva sempre più lontana, frattanto che le generazioni passavano e ce ne si dimenticava. Ci si dimenticava che le potenze mondiali stessero ancora investendo nelle armi nucleari, e ci si dimenticava che l’orologio dell’apocalisse, dal 2020, ha raggiunto i 100 secondi dalla Mezzanotte, il punto più basso, ancor più basso dell’annata 1953, quando sia USA sia URSS testarono la bomba all’idrogeno, attestandolo sui due minuti. Ed è stato forse questo il motivo per cui col tempo abbiamo finito per dimenticarcene.

Perché in settantasette anni non si è sparato più un colpo in Europa, ma quante altre volte siamo stati sull’orlo della catastrofe? Quante altre volte abbiamo rischiato che uno dei più importanti leader mondiali pressasse quel fatidico tasto rosso che abbiamo visto in tanti film e distruggesse un’altra nazione con i missili? La verità è che non abbiamo dimenticato nulla; abbiamo solo creduto che i discorsi contro la guerra sciorinati lungo tutto l’arco di questi quasi otto decenni fossero veritieri; avevamo voluto crederci, tuttavia non è stato così. La guerra non si è mai estinta nel nostro desiderio di prevaricare sull’altro, e mai si estinguerà. E non basta trovare un individuo come capro espiatorio, perché la guerra è, e sempre sarà, parte del Dna umano, così com’è stata sin dagli albori della civiltà. Ciò che sta succedendo in Russia avrebbe potuto succedere dappertutto, prima o poi. Dobbiamo renderci conto di questo, e solo così saremo in grado di affrontare tutto quello che questa nuova crisi porterà. Dalla guerra non ci libereremo mai e, al più, il mondo intero potrà sperare che sia la guerra a liberarci da noi.

Manuel Di Maggio

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