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Giovedì, 09 Dicembre 2021

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Durante la PANDEMIA da COVID-19 si è scoperta la insufficiente offerta sanitaria della medicina territoriale.

Ma cos’è la medicina territoriale?ashkan forouzani ignxm3E1Rg4 unsplash
È la sanità «il più possibile vicino alle esigenze delle persone e dei territori. Il paziente dovrà ritornare a essere al centro dell’offerta sanitaria, mentre finora lo sono stati solo i bilanci oppure gli ospedali centralizzati, cercando di garantire i migliori standard possibili in tutti i Comuni, non importa se siano sulla costa o all’interno».La Grande rete della «sanità di prossimità», o meglio, dell’auspicato «casa per casa» sarà realizzata dal Piano straordinario di ripresa e resilienza, l’atteso Pnrr, dai Fondi europei per lo sviluppo regionale. Certamente si dovranno recuperare un gran numero di medici e infermieri, indispensabili perché la Rete possa partire.


In cosa consiste la nuova ristrutturazione della sanita?
A capo del nuovo schema ci saranno le Asl, poi i distretti sanitari, che già esistono, ma dovranno rafforzare il loro ruolo nel saper programmare quali bisogni sociali e sanitari dovranno essere garantiti in ciascun territorio. In altre parole, saranno i distretti a dover indirizzare le strategie nel sempre complesso sistema organizzativo della medicina territoriale.

Punto unico di accesso. 
Ogni cittadino avrà un Pua, luogo di riferimento. È da lì che dovrà passare per entrare in contatto con il sistema sanitario e ottenere tutte le informazioni sui servizi offerti nel suo distretto di residenza fino all’eventuale ricovero, ma certamente ci si prenderà cura della persona nella complessità e globalità dei bisogni socio-sanitari da soddisfare .

Le Case di comunità. 
I Punti unici d’accesso (PUA) saranno innanzitutto cuore e cervello delle annunciate Case di comunità. Saranno le strutture dove, in unico spazio, sarà raccolta l’intera offerta extra ospedaliera del servizio sanitario presente nei territori e integrata con quella sociale. È nella Casa che saranno presenti, 24 ore su 24, le equipe multidisciplinari: medici di famiglia, pediatri, specialisti, infermieri, psicologi e assistenti sociali. Dovranno essere proprio questi team a garantire, in modo continuativo, le prestazioni sanitarie alle loro comunità di riferimento, anche nei diversi percorsi diagnostico-terepautici. Saranno poliambulatori, in estrema sintesi, con la missione di favorire sempre l’equo accesso alle cure primarie in qualunque Comune e il più vicino possibile alla residenza del paziente che prenderanno in carico. Per svolgere appieno la loro funzione, dovranno utilizzare al massimo le nuove tecnologie – la telemedicina, in particolare – e sfruttare «le ancora immense potenzialità del fascicolo sanitario elettronico in cui saranno raccolti i dati di ciascun paziente».


Gli Ospedali di comunità svolgeranno una funzione intermedia tra il domicilio del paziente e i ricoveri ospedalieri nelle strutture sanitarie centrali, con la fondamentale finalità di evitare i ricoveri impropri e quindi saranno destinati ai pazienti che necessitano di interventi a media e bassa intensità clinica per degenze di breve durata, massimo 15-30 giorni. In questo caso sarà garantito un «Ospedale di comunità, con 20 posti letto, ogni 50mila abitanti, per evitare che uno o più Comuni restino scoperti».

Le Centrali operative dovranno «coordinare la presa in carico del paziente, tenere collegate fra loro le strutture sanitarie territoriali e, infine, dialogare con la rete dell’emergenza-urgenza». Avranno, ad esempio, un ruolo fondamentale nell’assistenza delle persone che presentano esigenze sanitarie e socio sanitarie complesse».

Non si sa se tutto questo potrà migliorare l’offerta sanitaria, ma certamente avremo il modo di poter essere “assistiti” meglio durante tutta la giornata, sette giorni su sette, per 24 ore al giorno.

Dott. Eduardo Campione
Medico Chirurgo

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