No alla Violenza

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Martedì, 28 Giugno 2022

 

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Prefazione dell'Avv.ta Carmela Mazza

Quando i giornali mettono le etichette facendo disinformazione e dando spazio alla morbosità come specchietto per le allodole…

Un'altra donna è stata uccisa da un uomo che non accettava il fatto che volesse andare via.engin akyurt l1clu1ZKjSw unsplash

E in questo nulla c'entra il mestiere svolto!!!

Nel caso di specie trattasi di un problema di (dis)informazione..... è morta una donna a prescindere dal lavoro svolto.... sarebbe come dire che stuprare una escort o una squillo sia meno grave dello stupro subito da qualsiasi altra donna.

Per non parlare di sedicenti comici che sui corpi delle donne trovano la maggior materia del loro lavoro.

Seppur qualcosa sta cambiando, anche nel linguaggio, ancora c'è tanta strada da fare considerato che la maggior parte dei testi sono scritti da uomini e che ancora stereotipi e pregiudizi pervadono pensieri e parole.

A tal proposito ospitiamo la riflessione di una nostra lettrice…

Avv.ta Carmela Mazza

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Carol Maltesi offesa dalla stampa

Davide Fontana, impiegato di banca di 43 anni, ha ammazzato a martellate e poi finito con un taglio alla gola, Carol Maltesi 26enne, attrice di film porno. Dopo averla ammazzata, l’ha squartata e gettata, chiusa in quattro buste di plastica nera, ai margini della strada. Davide Fontana ha confessato il suo crimine. Dai giornali abbiamo appreso che, l’uomo aveva avuto una relazione con la vittima e non sopportandone la perdita, l’ha uccisa e poi rotta. Si tratta, insomma , del solito femminicidio; il dodicesimo dall’inizio del 2022 e come gli altri femminicidi è stato raccontato dalla stampa con parole di comprensione e assoluzione per il femminicida: amore criminale, gelosia e senso del possesso, hanno ispirato questi titoli: «Uccisa l’attrice hard Charlotte Angie», questo era il nome d’arte di Carol Maltesi; «Commessa, poi stella dell’hard», «Borno, donna fatta a pezzi, arrestato il vicino di casa, ha confessato nella notte. La vittima Carol Maltesi, attrice hard”. In alcuni articoli Carol Maltesi è stata commiserata perché mamma di un bimbo di 6 anni, essendo insufficiente la sola condizione di donna. Il solito schema narrativo insomma: la donna lascia o minaccia di lasciare l’uomo e questo, in preda a follia d’amore, l’ ammazza; reiterando un maschilismo patriarcale e tossico, che danneggia le donne e anche gli uomini. Il corpo di Carol Maltesi è stato identificato dai numerosi tatuaggi, che hanno ispirato la battuta di un comico, oscena, irripetibile e svilente per il comico, ovviamente perché Carol prima che donna e vittima di un femminicidio è una porno star, una che come le altre anche se per ragioni diverse dalle altre, se l’è cercata. Davide Fontana per oltre due mesi ha escogitato, preparato e attuato una complessa strategia per occultare l’orrendo delitto, fare sparire il corpo e sottrarsi a qualsiasi responsabilità. Azioni che mostrano, in maniera lampante, la ferma volontà dell’assassino di evitare le conseguenze delle sue gravissime azioni eppure si è anche scritto di “raptus”.

Dal 1° gennaio 2021 il “Testo Unico dei doveri del giornalista” ha introdotto il “rispetto delle differenze di genere” per raccontare correttamente la violenza e i femminicidi. Il Consiglio nazionale dell’Ordine dei giornalisti ha approvato all’unanimità una modifica importante al Testo Unico,  l’art. 5 bis secondo cui un giornalista è tenuto ad utilizzare un linguaggio privo di stereotipi di genere, pregiudizi e giudizi nel raccontare episodi di violenza, molestie, discriminazioni, femminicidio. La vittima non va offesa e stigmatizzata, la gravità del fatto commesso e raccontato non deve essere sminuita. L’autore di reati non va giustificato con attenuanti sottintese come ‘gelosia’, ‘raptus’, ‘depressione’, ‘tempesta emotiva’. Si tratta di linee guida condivise il 30 dicembre 2016 dal Consiglio Nazionale dell’Ordine dei Giornalisti, di un documento ispirato alla Dichiarazione dell’Onu sull’eliminazione della violenza contro le donne del 1993. Anche l’art. 17 della Convenzione di Istanbul responsabilizza i media incoraggiando ad elaborare linee guida e norme di autoregolamentazione per tutelare il rispetto dell’identità e dignità delle vittime di violenza. Nel 2017, è stato redatto e varato anche il Manifesto di Venezia, nato dall’idea e dal lavoro della Commissione Pari Opportunità, da Federazione Nazionale della Stampa Italiana, Cpo Usigrai, Sindacato Giornalisti Veneto e dall’associazione GIULIA Giornaliste.Al Manifesto di Venezia hanno aderito e continuano ad aderire molti giornalisti che si impegnano ad utilizzare un linguaggio appropriato evitando:

– espressioni irrispettose, denigratorie e lesive della dignità femminile, termini fuorvianti (raptus, follia, gelosia, passione);

– suggerimenti di attenuanti e giustificazioni al reo (depressione, tradimento, perdita del lavoro, difficoltà economiche);

– l’uso di immagini e segni che riducono la donna ad oggetto del desiderio e stereotipi di genere;

– violenze di serie A e B in rapporto a chi esercita e subisce violenza;

– ogni forma di sfruttamento a fini commerciali della violenza sulle donne (più clic, audience, ecc.).

Contrariamente a quanto fortemente raccomandato ai giornalisti, le parole di molti giornalisti di stampa e tv stigmatizzano e colpevolizzano la vittima e si basano ancora su una visione patriarcale: la donna è colpevole di come si veste e di chi incontra, quindi l’autore della violenza non agisce ma reagisce. Quando tutto ciò cambierà?

Gabriella Grasso

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