La fondazione di Leonforte, all’inizio del secolo XVII, si situa nella politica economica della Spagna, cui appartiene il Regnum Siciliae, atta ad incrementare la produzione di derrate alimentari e soprattutto di grano che si rendeva necessaria a seguito della notevole crescita demografica del periodo. Per aumentare la produzione agricola bisognava aumentare le aree delle colture agrarie e per questo “pianificare” la distribuzione demografica favorendo la nascita di nuovi centri e favorire la coltivazione di terre incolte. Sorgeranno pertanto nella Sicilia tra ’500 e ’700 un centinaio di nuovi centri urbani. Questi ultimi saranno definiti comuni “feudali” in quanto retti da un signore che ne esercitava il potere politico ed economico e ne amministrava la giustizia.WhatsApp Image 2022 03 04 at 22.19.01

La Licentia populandi accordata dal sovrano ai grandi feudatari del Regno, dietro un cospicuo contributo alla Regia Curia, comportava il diritto di fondare una nuova città. Il titolare di questa (conte, marchese, principe, ecc.) il quale investiva notevoli somme nella fondazione, contava di riaversi delle spese dall’incremento della produzione agraria delle sue terre, dai patti agrari con i nuovi sudditi che lo sviluppo demografico avrebbe comportato. Per di più il fondatore di un nuovo centro acquisiva il diritto di occupare un seggio nel Parlamento siciliano. Da ciò il conseguente potere politico, il prestigio sociale e quindi la possibilità di fare carriera assumendo importanti cariche nella macchina amministrativa del Regno.

Chiedendo ed ottenendo la Licentia populandi, il barone di Tavi e conte di Raccuia Nicolò Placido Branciforti Branciforti, dell’illustre casato tra i più potenti della Sicilia, ha voluto fare del feudo di Tavi il centro del suo progetto politico ed economico. Rilevando infatti l’importanza di tale territorio situato a centro della Sicilia lungo l’asse viario Palermo-Catania, e considerando la feracità del suolo, intuì le grandi potenzialità dovute alla straordinaria ricchezza di acque che sgorgando dalle pendici del Cernigliere (il monte Tavi) si riversavano lungo la vallata del Crisa. Quelle sorgenti infatti oltre che ad alimentare uomini e armenti avrebbero fornito forza motrice per i mulini e irrigato le terre a valle e in particolare ingentilito la zona meridionale della città con una complessa serie di artistiche fontane.

Quella di Leonforte risultava quindi la più felice tra le fondazioni dell’epoca sicché in pochi decenni la nuova città avrebbe avuto straordinario sviluppo economico, urbanistico e demografico e indiscussa notorietà in tutta la Sicilia. Ambizioso ma concreto il progetto di Nicolò Placido che non contemplava lo sfruttamento delle risorse del territorio solo per soddisfare le esigenze di una comunità agricola autosufficiente,ma si fondava su un interessante connubio economico con la montana terra di Raccuia, l’antico centro dei Nebrodi feudo dei Branciforti, dedito alla coltivazione del baco da seta oltre che alla pastorizia e allo sfruttamento del denso patrimonio boschivo. Una fitta rete di trasporti bene gestita tra le due città avrebbe fornito di grano e di altri prodotti agricoli Raccuia da cui sarebbero derivati i prodotti caseari, la lana, il legname, ecc. di cui quella terra abbondava. La fondazione del Branciforti proiettata nella prospettiva di una vigile economia, costituiva una straordinaria impresa urbanistica mirata a realizzare una città funzionale, moderna, e soprattutto in grado di soddisfare il gusto estetico del raffinato e colto signore.

Questi concepiva la sua creatura come un principe rinascimentale che persegue l’ideale della humanitas rispondente cioè ad un razionale senso del vivere civile sì da soddisfare le esigenze dell’animo non meno di quelle del corpo. Ed ecco primeggiare nel tessuto urbanistico che andava sorgendo ambienti per ricreare lo spirito, tutta una serie di monumentali fontane la cui funzione non era solo quella di dissetare la gola ma altresì l’occhio e l’animo (BIBANT UNANIMES ANIMUS OCULUS GUTTUR) come proclama l’epigrafe incisa nel prospetto della Granfonte.

Nell’ampia spianata che si stendeva sotto di questa il principe realizzava l’Orto Botanico il più splendido luogo di delizie in cui era l’apoteosi delle acque del Crisa così come veniva proclamato dalla scritta sopra la porta d’ingresso (Criseis undis sicula Tempe) poiché quelle acque davano vita ad un’area lussureggiante come la greca mitica Tempe. Nell’Orto Botanico, alias Giardino Grande, Nicolò Placido poteva trovare la serenità dello spirito come veniva espresso dal motto Placida Placido iscritto nella porta di ponente che il principe, con originale gioco semantico tutto barocco, aveva concepito. L’artistica composizione, dove, in un labirinto di vasche, aiole, fontane l’acqua veniva impiegata in arditi giochi e spettacolari scenografie, destava somma meraviglia negli increduli visitatori che in essa potevano ammirare l’apoteosi dell’arte del giardinaggio. I resti superbi di un articolato prospetto con plastici bassorilievi possono dare l’idea di quella straordinaria creazione architettonica.

La nascente Leonforte diveniva subito un grande laboratorio e un cantiere edile di vaste proporzioni che in pochi decenni avrebbe dato luogo ad una nutrita serie di opere la cui realizzazione sarebbe oggi impensabile per la brevità del tempo e l’enorme costo della loro esecuzione. Abili maestranze dell’arte muraria, ingegneri, architetti, scalpellini, audaci imprenditori, lavoratori di ogni ordine e grado, venuti da Palermo al seguito del Branciforti, operavano alacremente producendo una tale quantità e qualità di edifici che può risultare incredibile se consideriamo l’esigua popolazione di circa un migliaio di abitanti. Ed ecco sorgere da tale fervore operativo l’Orto Botanico e tutto il quartiere monumentale della Granfonte, e, nella zona alta, l’imponente Palazzo del principe, la Scuderia, la Chiesa di San Rocco, l’iniziale Chiesa Madre, opere tutte sorte entro la breve area del centro storico, mentre in area extraurbana nel 1630 venivano edificati Chiesa e il Convento dei Cappuccini.

La Granfonte, oggi eloquente emblema della città dei Branciforti, sorgeva a centro di un complesso architettonico di straordinaria valenza che si dispiegava lungo la via omonima; quivi, oltre agli ambienti abitativi e commerciali nasceva il Convento dei Frati Francescani del Terzo Ordine Riformato con la Chiesa della Madonna del Carmelo e quindi si slargava l’area della Piazza Sottana, prospiciente la Fontana delle Ninfe corredata da altre due fontane; mentre a sudovest della monumentale Porta Palermo si dispiegava il magnifico viale alberato (la Strada degli Alberi) costeggiando la panoramica sequenza delle artistiche fontane del Torno e della Linguazza, (nell’area dell’attuale edificio scolastico) corredate da confortevoli sedili e, in fondo, la fabbrica della Conceria. Su tale magnifico quartiere dove si esaltavano artisticamente le abbondanti acque del Crisa, la superba mole del Palazzo Branciforti incombeva con i suoi altissimi bastioni e il raccordo murario che si concludeva, includendola, nella Chiesa di Sant’Antonio di Padova e quindi con l’ariosa zona del Giardinello con il suo prezioso corredo di piante esotiche. La chiesa, che era la cappella palatina la cui cantoria veniva raggiunta dai signori del palazzo dall’aereo passaggio praticato nel muro che congiungeva i due edifici, attualmente resta tagliata fuori dall’originale organismo architettonico per l’invadente costruzione scolastica che si frappone.

Tra le grandi opere da diporto, sorte cioè con finalità edonistiche, realizzate dal fondatore, giunta fino a noi almeno in parte, primeggia la mole monumentale della Scuderia col suo magnifico prospetto nel quale troneggia il busto marmoreo del principe il cui nome, inciso a caratteri cubitali (D. NICOLAUS PLACIDUS BRANCIFORTI), corre lungo la cornice sottostante. L’edificio che chiude la piazza con l’artistica facciata, affida il suo messaggio illustrativo alle scritte commemorative incise nelle due lastre di marmo che biancheggiano ai lati dell’arco bugnato dell’ingresso principale. Le due lapidi esaltano la straordinaria passione che il principe aveva per i cavalli e per la nobile arte dell’equitazione. Le attuali condizioni dell’enorme fabbrica, a parte l’eloquente frontespizio monumentale, dicono ben poco delle caratteristiche dell’opera e della funzionalità del suo straordinario appartato grandioso ed elegante, in grado di contenere 202 cavalli come riferiva, con evidente esagerazione, il notaio F. La Marca. L’interno, al di là dell’atrio, era come l’impianto di una chiesa basilicale a tre navate con un ampio corridoio centrale mentre ai lati, in una doppia serie di vani entro arcate ad incrocio, c’erano le superbe stalle dei pregiati cavalli. I Branciforti dei secoli XVII e XVIII andavano fieri a ragione di tale apparato, ed erano ammirati dai nobili visitatori in quella gigantomachia della Sicilia barocca. In particolare grande meraviglia quell’opera destò nel re Vittorio Amedeo di Savoia, ospite a Leonforte nel maggio del 1714.

Nella scuderia profuse la sua grande passione Nicolò Placido con notevole impegno economico mentre Ercole Branciforti nel secondo Settecento ne curò il restauro (REEDIFICAVIT) incidendo il suo nome nella cornice superiore.

Nello stato attuale la scuderia può suggerire l’idea delle sue caratteristiche e dimensioni, ma ciò è ben poco rispetto al ruolo da essa svolto nella storia leonfortese in merito a quella che fu la coreografia, la spettacolarità e tutto quanto era connesso con l’equitazione (tornei, sfilate, gare, manifestazioni varie) senza dire del lavorio e dell’impiego di tanta gente adibita all’allevamento e alla cura dei cavalli. Oltre alla Piazza Cavallerizza, in cui i cavalli del principe si esibivano in spettacolari manifestazioni plateali, altri ambienti erano deputati al maneggio. Tutt’ora infatti sussiste il toponimo Piano della Scuola (la Piazza IV Novembre) in cui era ubicata appunto la scuola di equitazione e ancora un altro maneggio il principe aveva impiantato in contrada Fontana di Conte.

L’attività urbanistica di Nicolò Placido non si limitò alla realizzazione delle opere fondamentali per l’incipiente comunità leonfortese in quanto il principe dettò le linee sull’assetto futuro della città. Il tessuto urbano di Leonforte infatti si sarebbe sviluppato raccordandosi in chiave ortogonale con il palazzo Branciforti. Allineandosi con questo l’arteria principale, l’attuale Corso Umberto, e la parallela via Portella, l’ulteriore reticolo viario si sarebbe svolto, intersecandole ad angolo retto, con le varie traverse e concludendosi entro l’area della porta San Filippo (Pipituna).

NICOLO’ PLACIDO BRANCIFORTI

Il trono e l’altare

Tra le molteplici manifestazioni celebrative che si sono svolte per il 400° anno della fondazione di Leonforte, sono stati ovviamente d’obbligo i riferimenti atti ad illustrare la figura di Nicolò Branciforti. Pur non essendo stato oggetto di una trattazione esclusiva il principe fondatore, emergeva infatti da tutti i discorsi celebrativi il profilo del padre della patria quale mecenate prodigo, amorevole e accorto. E in ciò veniva riconfermandosi l’immagine consegnataci dalla tradizione secolare. Infatti, al di là dello stereotipo di circostanza, l’immagine buona del principe resiste anche al disincanto degli scettici.

Del resto il soggetto aveva già superato la marea montante di un ipercritico fronte del secondo Novecento, quando imperversava il monopolio di una cultura sinistrese che, in una acritica prospettiva di rivendicazione sociale, ammassava tutto il passato nell’ottica manichea della lotta di classe. Era in quell’ottica miope e autolesiva che, per esempio, per restare nell’ambito della microstoria della città, persistendo nell’astio ideologico di rivalsa antiaristocratica, le locali amministrazioni “rosse” degli anni 50-60 del secolo scorso, distrussero il Giardinello, la storica villetta del palazzo Branciforti, per costruirvi un moderno edificio scolastico. Nell’esaltare infatti e perseguire programmi di emancipazione politica mediante la scuola, non si trovava di meglio che calpestare e sradicare il retaggio del passato feudale della città. E quindi si è colpito in tal modo quella struttura architettonica spezzando quella unità organica che costituiva il cuore della creazione originale del principe. Annullando l’antico Giardinello, (delimitato dal muro cavo che permetteva il passaggio pensile che collegava la cappella palatina di Sant’Antonio di Padova con l’abitazione della famiglia del principe la quale poteva, tramite l’ aereo percorso, raggiungere il coro della chiesa) si spezzava l’organica unità architettonica costituita dal palazzo, dalla villetta e dalla chiesa raccordati dalla possente cornice muraria dei bastioni.

Ma, al di là di quella ondata ideologico-iconoclasta dei tempi turbinosi della guerra fredda leonfortese, resiste comunque e rinnova il suo fascino l’icona del principe Nicolò Placido Branciforti, solerte padre della patria, del principe generoso che dispensa le sue sostanze ad una umanità povera e inerme, cui concede con prodigalità beni pubblici e privati. E in effetti anche ad una analisi impietosa che vede nel suo operato ragioni di calcolati interessi, la figura di Nicolò Placido mantiene inalterata la sua immagine positiva e fascinosa. Sicché dai vari momenti celebrativi ne esce una figura dai chiari contorni riconducibile ad un modello di principe rinascimentale. Eppure il Branciforti condusse la sua esistenza quasi interamente nel secolo XVII, il secolo di ferro che in tutte le sue componenti si contrappose allo splendore della civiltà rinascimentale. Di quest’ultima tuttavia si materia la formazione dl futuro principe che, nato nell’ultimo decennio del ‘500 e cresciuto alla corte del parentado politicamente rampante, ma nel contempo culturalmente all’avanguardia tra le famiglie nobili siciliane del tempo, maturerà il suo ambizioso progetto in linea con lo spirito proprio della creatività dell’uomo della rinascenza.

Riteniamo che senz’altro determinante sia stata nell’alimentare i sogni e le ambizioni adolescenziali di Nicolò Placido la figura prestigiosa del patrigno Ercole Branciforti che la madre, Agata Lanza, vedova di Giuseppe nel 1596, sposava in seconde nozze nel 1598. Rispettivamente, il patrigno, duca di Cammarata, attempato cavaliere attivo e mondano, e il religioso fratellastro Ottavio Branciforti, vescovo di Catania, per il principe fondatore possono essere assunti come i poli contrastanti della mondanità e della mentalità paganeggiante il primo, e della spiritualità tridentina il secondo.

Nel profilo biografico corrente di Nicolò Placido non sembra comunque scorgersi una discrepanza tra la personalità del principe e il suo tempo. Spirito creativo quindi quello di Nicolò Placido, il quale esprime la sua humanitas esercitando la ragione e plasmando la realtà nella consapevolezza che l’uomo, dotato di raziocinio, sa domare la natura. Tale umanità viene esercitata con il sapere e in piena armonia con la natura sicché attua il suo ideale di vita fatto di conoscenza e di operosità. Persiste quindi nel nostro l’ideale umanistico dell’homo faber . Pertanto veritiera risulta l’immagine del Branciforrti principe di stampo tardo-rinascimentale e però non esaustiva in quanto non ci dice molto dell’uomo interiore, del suo sentire esistenziale. Sconcertante in particolare risulta il suo rapporto astioso nei riguardi di Giuseppe, il figlio primogenito, mentre ostentatamente favoriva Francesco, il secondogenito. Senza le pretese di volere entrare nei recessi dell’animo e nei suoi affetti più profondi e autentici cui potrebbe tendere, sulla scorta di elementi documentali, una analisi di tipo freudiano, possiamo comunque in questi cogliere alcuni elementi apparentemente esigui e sfuggenti che ricorrono di frequente. Del resto,(ribadendo che il Branciforti è vissuto nel pieno ’600), è il secolo che ci deve soccorrere nella nostra disamina antropologica.

Nel ’600 è in auge e nella sua piena attuazione la controriforma che promana dai dettami del Concilio di Trento e informa di se non solo la sfera della religione individuale e sociale, ma tutti gli aspetti della vita civile, culturale, politica, ecc. Tramontati, conculcati, soppressi gli ideali rinascimentali laici e terreni, in totale contrasto con la civiltà del barocco e della controriforma religiosa, la società del ’600, conosce e vive la onnipresente religiosità tridentina, fatta di esasperate forme plateali e teatrali e alimentata dall’assillante motivo della precarietà dell’esistere di cui la morte è monito costante: Vanitas vanitatum et omnia vanitas. Tutta la vita viene ora proiettata in chiave escatologica verso l’ultraterreno e la morte per cui viene tenacemente osteggiato quel senso della ideale armonia e serenità e quindi di piena adesione alla dimensione terrena, che sfociava nel carpe diem. La morte ignorata in chiave esistenziale nella mondanità della società umanistica o accettata con stoico distacco, costituisce ora un tema predominante, esacerbato dall’uomo del secolo XVII in cui la morte è il saldo che deve pagare per il debito della vita avuta in prestito così come recita la formula ricorrente degli atti notarili dell’epoca (Antequam naturae debitum persolveret).

Il principe che nella iconografia ricorrente quale uomo pratico, calcolatore, sembrerebbe estraneo ad una tale dimensione esistenziale, non può in effetti, quale figlio del suo tempo, che respirare e vivere quella atmosfera ansiogena. Né ciò è da considerarsi semplice illazione in quanto, se leggiamo tra le pieghe del materiale documentario e cercando di cogliere quanto di soggettivo e intimo questo suggerisce se non dice espressamente, scopriamo che un certo senso di frustrazione accompagna il percorso umano dell’illustre personaggio. Scorgiamo così che accanto all’uomo operoso, concreto, dinamico che esercita un indiscutibile carisma sia nei contemporanei che nei posteri, c’è un Nicolò Placido intimo, con una sua psicologia introversa e contraddittoria, un Nicolò Placido che ripiegandosi su se stesso sperimenta quella dimensione esistenziale della precarietà del vivere, della vanità del tutto, dell’attesa spasmodica della morte e del “redde rationem”, cioè del giudizio finale che può essere ben diverso da quello degli uomini. Conscio di ciò il principe “quando infatti venne il tempo di raccogliere le vele, anch’egli sentì come il suo secolo audace e sconsolato, la tristezza della vanità del tutto, di cui la grandiosità barocca dei monumenti funebri secenteschi fu l’espressione più eloquente” (G. Sanfilippo). Sicché, già cinque anni prima della morte, Nicolò Placido predisponeva la tumulazione del suo corpo nella chiesa dei Cappuccini di Leonforte, il tempio a lui più caro, dettandone l’epigrafe nella quale possiamo cogliere la conflittualità tra i due aspetti dell’uomo compresenti fino alla fine. Una traccia di tale conflittualità possiamo cogliere, con una lettura attenta, tra le righe di quella epigrafe che il principe ha voluto incisa nella sontuosa lastra di bronzo istoriata, la quale, nell’esaltante gioco barocco dei bassorilievi, è un eloquente tributo al secolo della meraviglia, della metafora e della ambiguità. Nella scritta egli ha voluto, da un lato indulgere all’autocelebrazione per le grandi opere compiute nella città (luoghi di delizia, templi, conventi, fontane, piazze, scuderie, giardini), e dall’altro additare l’ineludibile fine dell’umano operare dinanzi alla morte espressa da una “angusta lapide”. E seppure persiste ancora la boria dell’illustre prosapia nell’esuberante insegna araldica col motto IN FORTITUDINE BRACCHII TUI, che è in fondo una esaltazione del potere dell’uomo e dell’eroe, un altro motto si intravede nella grande tela del Novelli, dipinto nel pilastro di destra nel quale possiamo cogliere l’antitesi di quella “umana” celebrazione: DOMINUS FORTITUDO MEA, in cui è chiaro che l’uomo arretra trasferendo la sua potenza, prima riposta nel proprio braccio, nelle mani di Dio.

Giuseppe Nigrelli