Pensieri Randagi
DEDALOMULTIMEDIA
12-12-18

Lo dico chiaro e tondo: bisogna fare i termovalorizzatori.

 

L’affermazione sopramenzionata, che in maniera subitanea ci fa ripiombare nell’era cuffariana, è stata proferita qualche mese fa dal termolorizzatoreparlamentare dell’Udc Vincenzo Figuccia.

Molti oggetti che si trovano dentro questa stanza dalla quale sto scrivendo, sarebbero pronti a bruciare, sacrificando tutto il lavoro fatto dalla collettività per partorirli. Questo tavolo su cui c’è appoggiato il mio pc, ad esempio, è un derivato del carbonio e combinandosi con l’ossigeno presente nella stanza potrebbe dar luogo ad una reazione di combustione. E allora perché il tavolo incriminato non brucia, visto che nell’aria di questa camera c’è una buona percentuale di ossigeno? Semplicemente perché oltre al combustibile (tavolo) e al comburente (ossigeno) serve un’energia di attivazione, ovvero un ambiente con temperature alte che vada a chiudere il cosiddetto triangolo del fuoco.

Un inceneritore smaltisce i rifiuti mediante un processo di combustione. Ma qual è la differenza tra inceneritore e termovalorizzatore? Quest’ultimo dovrebbe essere un inceneritore a recupero energetico, dove il calore sviluppato servirebbe per produrre energia elettrica. Ci sarebbe da capire bene la percentuale di produzione e i termini di convenienza, visto che un inceneritore per essere redditizio non solo deve bruciare una grande quantità di rifiuti, ma necessita anche che tra questi vi siano prodotti dotati di un grande potere calorifico come la carta e la plastica – quest’ultima è la maggiore produttrice di diossina –, perché in alternativa si dovrebbe ricorrere all’aggiunta di un  combustibile “convenzionale” per portare a regime il funzionamento dell’impianto.

Al di là del fatto che bruciare plastica equivale a bruciare ricchezza, l’idea di continuare a produrre una grande quantità di rifiuti per ricavare una esigua percentuale di energia elettrica, mi sembra in assoluto contrasto con un utilizzo attento delle risorse del pianeta e con la filosofia di un consumo mirato, che le nuove generazioni dovrebbero intraprendere.

Il termine inceneritore ha una connotazione fortemente negativa e funesta: incenerire, bruciare, distruggere, sono simboli che associamo alla morte. Occorreva, quindi, mettere a punto una riprovevole mistificazione a danno dei poveri cristi, attraverso la trasmutazione del significante che da inceneritore diventa termovalorizzatore, dove la genesi del nuovo termine viene ammantata da un’accezione positiva, legata appunto alla valorizzazione del rifiuto mediante il calore.

Ecco che la subdola messinscena per ingraziarsi la simpatia dei poveri cristi è allestita: dalla morte di passa alla vita.

I tanto agognati termovalorizzatori, quindi, per lavorare devono bruciare ossigeno. In una reazione di combustione i reagenti, nella fattispecie spazzatura e ossigeno, reagiscono tra di loro per formare dei prodotti finali, ovvero diossina, nanopolveri, ceneri, furani, polveri, etc.

Ora se noi vogliamo incenerire una tonnellata di rifiuti, ciò che realmente bruciamo sono due tonnellate di reagenti – abbiamo supposto una tonnellata di ossigeno per rispettare i rapporti stechiometrici – che li restituiremo in accordo con quanto sostiene Lavousier – nulla si crea, nulla si distrugge ma tutto si trasforma – all’ambiente sotto forma di prodotti aeriformi per il 70%  e sotto forma ceneri per l’altro 30% (in peso rispetto ai rifiuti in ingresso) che prima di essere portati in discarica dovranno essere inertizzati perché altamente nocive.

Quindi dei reagenti – più o meno inquinanti – reagiscono tra di loro e ci consegnano dei prodotti che sono molto più inquinanti dei reagenti di partenza.

Le nanopolveri – ammesso per assurdo che ci siano dei filtri che riescono a trattenerle – che fine faranno? Dove andremo a depositarle? Le polveri sottili, dette anche particolato fine, hanno un diametro nell’ordine del nanometro (cioè in miliardesimo di metro) e sono talmente piccole che il corpo non riesce a bloccarle: penetrano quindi nell’organismo e non essendo biodegradabili instaurano patologie tumorali

La diossina, invece, è una molecola che penetra nelle cellule degli esseri viventi, scatenando alterazioni dei geni che portano al cancro e anche a malformazioni neonatali, dato che si può trasferire da una generazione all’altra mediante il liquido seminale.

Infine, da qualche parte leggo: “… studi che dimostrano, inoltre, che i termovalorizzatori di nuova generazione, producono emissioni la cui qualità dell’aria in uscita è sostanzialmente migliore a quella in entrata”.

Mi sembra, un’affermazione fortemente faziosa. Sarò pronto a ricredermi quando verrà dimostrato con evidenze scientifiche che da una reazione di combustione – tranne che si utilizzi un sistema che non brucia – si potranno ottenere prodotti di qualità superiori a quelli in entrata.

Nell’attesa preferisco essere un somaro che non crede all’asino che vola felice.

Chiara e tonda è solo l’intenzione politica del onorevole Vincenzo Figuccia, ma il contenuto che essa veicola – fino a quando non ci saranno studi epidemiologici a sostegno di questi famigerati impianti di nuova tecnologia che valutano gli effetti a lungo termine – tutto sembra tranne che chiaro e tondo.

Spero che non voglia fare eco a Salvini decidendo di costruirne, nella nostra già martoriata Trinacria, uno per ogni provincia. Se costretti, noi siciliani, potremmo anche mettere in atto il paradigma di mangiare i nostri rifiuti, ma solo ad una condizione: che il ministro dell’interno inala tutto l’alito funereo dei prodigiosi termovalorizzatori.

Salvatore Virzì