CulturArt
DEDALOMULTIMEDIA
09-12-19

Fu completato intorno al 1131 per volere di Giorgio d'Antiochiaammiraglio del re Ruggero II di Sicilia, un anno dopo la nascita ponte dellammiragliodel Regno di Sicilia, per collegare la città (divenuta capitale) ai giardini posti al di là del fiume Oreto[1]. Ancor oggi nella piazza, denominata Scaffa, rappresenta un monumento simbolo del collegamento tra il centro della città e la zona periferica Brancaccio.

L'uso degli archi molto acuti caratteristici permetteva al ponte di sopportare carichi elevatissimi; interessante anche l'apertura d'archi minori tra le spalle di quelli grandi per alleggerire la struttura e la pressione del fiume sottostante. Il ponte infatti resistette senza problemi persino alla terribile Alluvione di Palermo del febbraio 1931[4].

Il 27 maggio dell'anno 1860, nel corso della spedizione dei MilleGaribaldi proprio su questo ponte e nella vicina via di Porta Termini si scontrò con le truppe dei Borboni, lì schierate perché il ponte era un ingresso nella città per chi veniva da mezzogiorno: Garibaldi proveniva infatti dal Monte Grifone, e precisamente dalla frazione di Gibilrossa. Lo scontro al ponte dell'Ammiraglio provocò l'insurrezione di Palermo.

Ora sotto gli archi del ponte normanno non scorre più il fiume, dopo che il suo corso fu deviato nel 1938, a causa dei suoi continui straripamenti. Questo ha anche consentito l'allargamento del Corso dei Mille. Sotto il ponte dell'Ammiraglio oggi si trova un giardino, con attorno viali alberati, agavi e altre varietà di piante grasse

Il ponte ha ottenuto un incremento di presenze turistiche con l'inaugurazione del tram di Palermo: infatti il ponte con la piazza omonima sono divenuti una delle principali fermate del percorso della linea 1.

Dal 3 luglio 2015 fa parte del Patrimonio dell'umanità (Unesco) nell'ambito dell'"Itinerario Palermo arabo-normanna e le cattedrali di Cefalù e Monreale".

PROPOSTA PROGETTUALE

Perché non valorizzarlo con un po' d'illuminazione, facendone risaltare la bellezza anche di notte, come tutti i ponti nell’antica Roma?
Il ponte, con la sua storia millenaria, arricchisce il tesoro dell'itinerario arabo-normanno che comprende Palermo, Monreale e Cefalù.

Con la sua forma a schiena d'asino, il ponte costituisce uno dei principali esempi di ingegneria medievale. Gli archi molto acuti permettevano al ponte di resistere a carichi elevatissimi, anche in condizioni di massima portata e flusso d'acqua.
Dato che nel 1938 fu deviato il corso del fiume oreto, proprio per evitare l’allagamento del ponte, esso non svolge più la sua funzione originaria ma è divenuto un opera d’arte in bella mostra auto celebrativa! Allora perché non corredarlo di un adeguato arredo e decoro urbano circostante, consistente in panchine nella zona sottostante il ponte attualmente coltivato con un prato all’inglese, e collocare dei faretti bassi per un illuminazione adeguata calda e diffusa, che consenta di passeggiare anche la sera.
In questo modo il monumento, la piazza e il giardino saranno nuovamente godibili dai palermitani e bisogna ripristinare la vegetazione sotto il ponte, vessata dal punteruolo rosso e trascurata a causa dei lavori con palme da datteri che non vengono attaccate dallo stesso coleottero.

Su quel ponte, insomma, si è fatta una parte della storia d’Italia, esso ci guarda da 1000 anni raccontandoci tante storie che ha visto passare appunto sotto i ponti ed allora bisogna rispettarlo e amarlo.

Infine si deve sensibilizzare e coinvolgere tutta la cittadinanza che vive nei dintorni del quartiere con la partecipazione attiva di chi fruirà della piazza nel tenerlo pulito, sarà infatti anche compito dei cittadini mantenerlo nelle giuste condizioni, e bisogna creare per cui dei percorsi interni che restituiscano anche questo angolo di verde alla città, istituendo un paio di choschetti in stile moresco vicini, uno per dissetare i cittadini nelle calde ed afose giornate estive e l’altro come desk per le informazioni ai turisti per i vicini monumenti come la chiesa di San Giovanni dei Lebbrosi ed il castello della Favara.

Fabrizio Vella