Il Presidente del Sindacato Infermieri Italiani: «Accogliamo con soddisfazione, anche se con specifiche riserve, la creazione di un nudocumento centrale di indirizzo. Ma non ci basta. Occorre da subito un impegno concreto per inquadrare questa nuova figura professionale in un regime contrattuale ex novo, al pari di quello dei medici di famiglia»

«Avevamo ragione noi quando mesi fa, nella discussione in Senato sul disegno di legge in merito all’introduzione dell’infermiere di famiglia, io stesso, chiamato a relazionare sul DDL, esposi la necessità dell’introduzione di una serie di normative centrali per regolarizzare l’organizzazione di questa fondamentale nuova figura professionale nell’ambito dei vari distretti territoriali. Si correva seriamente, il rischio di depauperare un progetto straordinario, decisivo per la rinascita del sistema sanitario nazionale, cadendo nel pericoloso errore di ritrovarsi con 20 tipologie di infermiere diverse per ogni singola regione».

Esordisce così Antonio De Palma, Presidente Nazionale del Nursing Up, nell’accogliere, non senza riserve, la realizzazione del tanto atteso documento centrale di coordinamento, da parte della Commissione Salute, finalizzato a costruire finalmente i primi passi del nuovo e complesso percorso dell’infermiere di famiglia in Italia.

«E’ solo l’inizio, continua il Presidente De Palma, di un cammino lungo e impegnativo nel quale non possono mancare impegno costante da parte di tutti e il pieno coinvolgimento di soggetti la cui figura è decisiva per la corretta costruzione di un progetto che necessita delle conoscenze dirette da parte del mondo sindacale, per valorizzare a pieno le potenzialità del nuovo infermiere di famiglia italiano, al pari di paesi europei che già da tempo si avvalgono di tale peculiare figura. 

Tuttavia non possiamo nascondere le nostre legittime perplessità: ci auguriamo infatti che non si tratti dell’ennesima operazione di facciata, dove questi politici agiscono, come spesso accade, “dosando” le proprie energie e applicandosi al minimo indispensabile. Riteniamo infatti che un documento del genere, nato dall’indispensabile esigenza di inquadrare in qualche modo le oltre 9500 nuove assunzioni frutto della legge 77/2020, non possa che essere solo la punta dell’iceberg. Alla base servirà un ulteriore ed ampio panorama di azioni e intenti concreti che vanno portati a termine nel minor tempo possibile. E' evidente che si tratta, per ora, di linee di indirizzo ancora sperimentali , e per questa ragione chiediamo da subito la costruzione, per l’infermiere di famiglia, di un alveo contrattuale mirato, che sia idoneo allo spessore  di una figura professionale il cui rapporto di lavoro non può essere certo incardinato in un contratto tradizionale, perché deve  prendere in carico dai 6000 cittadini in su e perché questo richiede strumenti negoziali adatti e dedicati, come già accade per i medici di famiglia.

Non dimentichiamoci, dice ancora De Palma, che una delle ragioni principali del nostro proclamato stato di agitazione, per il quale saremo in piazza il 15 di ottobre e per il quale martedì prossimo siamo stati convocati dal Ministero del Lavoro, consiste proprio nell’atteggiamento inconcludente di questo Governo che non vuole dar corpo ad un inquadramento contrattuale distinto per il mondo infermieristico. Da tempo lo chiediamo per gli infermieri della sanità pubblica, più che mai appare necessario anche per l’infermiere di famiglia, con una ulteriore e decisiva differenziazione per tale categoria».

De Palma approfondisce poi anche la questione dell’assistenza domiciliare: «Ci rende piacevolmente sorpresi che nel documento si faccia riferimento, finalmente, al fatto che l’infermiere di famiglia non è, e non sarà incaricato solo di assistenza domiciliare. Sono mesi che ribadiamo l'esigenza che tale professionista debba occuparsi delle svariate tipologie di target che compongono quel nucleo fondamentale e socialmente importantissimo rappresentato dalla famiglia, dedicandosi ai bisogni di adulti, adolescenti, persone disabili ecc. Certo, è evidente che in sede di prima introduzione di questo nuovo operatore nell'organizzazione del SSN, ci si debba concentrare sulle cosiddette categorie fragili, ancor più nel particolare frangente in cui ci troviamo, a causa del Covid, e quindi anziani e malati cronici che sono più a rischio che mai. Non siano queste solo parole ma fatti e noi vigileremo: si metta nella condizione l’infermiere di famiglia di essere un’opportunità unica per tutta la società civile, a partire dalle scuole, per i giovani, senza dimenticare le possibilità di collaborazione con enti para statali come province e comuni o strutture private.

Non condividiamo assolutamente, dice da ultimo De Palma, che nelle linee di indirizzo si faccia riferimento "a un massimo di 8 infermieri da impiegare ogni 50 mila abitanti". Questo significa lasciare alle Aziende sanitarie la possibilità di spaziare come vogliono, se lo ritengono, utilizzando "da uno a otto infermieri per un numero stratosferico di cittadini, pari a 50000".

Non ci siamo proprio, non deve essere applicata così la legge 77/2020, quel numero di otto unità ogni 50000, deve essere considerato "come il numero specifico di infermieri di famiglia da mettere in campo", la legge lo consente, anche se lascia discrezionalità alle regioni, e le linee di indirizzo avrebbero dovuto cogliere l’occasione per evitare una interpretazione al ribasso da parte di queste ultime, visto che la legge 77 si presta senza dubbio ad interpretazioni di tal tipo. Ci meraviglia che di questo nessuno se ne sia accorto, eppure tra i sottogruppi di lavoro per la realizzazione del documento ci risulta che abbia partecipato la FNOPI: ve lo immaginate un infermiere chiamato ad assistere da 6000 a 50000 persone in base alle scelte delle singole regioni? Che servizio potrebbe mai fornire?