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03-06-20

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L'incontro di Francesca Andreozzi, nipote di Giuseppe Fava con i ragazzi delle classi terze della scuola secondaria dell'I.C. De Amicis di Enna, è stato organizzato, in occasionde amicise della giornata nazionale della legalità, in videoconferenza, dal Dirigente Scolastico prof. Filippo Gervasi e dalla vicaria prof.ssa Stefania Mancuso con la collaborazione delle docenti Filippa Ilardo, Antonella Passione e Loredana Santuzzi.

"Testimoniare la verità, essere responsabili della verità, senza verità non c'è libertà, senza verità non c'è giustizia". Queste le parole di Francesca Andreozzi, presidente della Fondazione Fava. Francesca aveva solo 5 anni, quando suo nonno Giuseppe Fava, fu ucciso davanti al teatro Stabile di Catania, dove lei recitava in "Pensaci, Giacomino", la sera del 5 gennaio del 1984. Ricorda quella sera e ricorda quando il nonno, giornalista, scrittore, drammaturgo, le sedeva accanto in una delle ultime file del teatro dicendole: "da qui potrai assistere a due spettacoli, quello sulla scena e quello in platea, percependo gli umori, i commenti, le reazioni del pubblico in sala".

I ragazzi fanno molte domande, lei racconta come sia stato vivere da adolescenti come nipote di una vittima della mafia e racconta come, piano piano, anno dopo anno la gente ha preso sempre più consapevolezza del fenomeno mafioso.

"Oggi mio nonno sarebbe contento, perché rispetto ai suoi tempi, la coscienza collettiva è cambiata, questo grazie al racconto dei fatti che, tassello dopo tassello, hanno svelato la fitta trama di intrighi e affari che la mafia tesseva nella città di Catania". Quando suo nonno scriveva cosa accadeva, rivelava verità scomode che non venivano accettate. Lo faceva per amore della verità, come servizio verso la società. Perché un giornalista – riteneva Fava - è capace di cambiare la società semplicemente raccontando, svelando segreti e trame e può incidere nella società a tutti i livelli. Quindi essere al servizio della verità è una responsabilità verso ogni singolo cittadino, perché scrivere e informare è l'unico strumento che abbiamo per fermare la corruzione, la violenza, la criminalità.

Ricorda poi i tantissimi giornalisti che ancora oggi rischiano la vita per raccontare fatti scomodi ma parla anche di giustizia, Francesca Andreozzi, non quella celebrata nei Tribunali, ma una giustizia sociale, che sia uguaglianza per tutti i cittadini, portatori degli stessi diritti. Perché in una società dove regna la povertà e senza diritti, l'illegalità attecchisce più facilmente.

Oggi forse, ammette, la mafia non uccide più, ma è viva dove c'è il potere. È camaleontica, si insinua, si infiltra, cambia volto in modo subdolo, impone il controllo ed è molto più difficile riconoscerla. Bisogna quindi allenarsi, ogni giorno, continuamente, per riconoscerla, stare allerta, esercitare l'occhio e l'orecchio, leggere tra le righe, scoprire le tracce, per non accettare mai compromessi. 

Siamo tutti coinvolti nella lotta alla mafia, così dice ai ragazzi, nessuno si senta escluso da questa azione, dalle cose piccole alle grandi azioni.

"Non bisogna mai smettere - dice alla fine ai ragazzi - di lottare per una società migliore. L'esempio delle vittime di mafia serve proprio per non spegnere dentro di noi la speranza."

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