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Giovedì, 29 Settembre 2022

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Provate a fare un esperimento, del tipo di quelli che si facevano alle scuole medie: prendete eguali quantità di acqua eEmulsione della politica di olio, agitate energicamente e lasciate riposare. Nell’immediato otterrete una miscela dei due liquidi a diversa densità, una sorta di composto omogeneamente schiumoso; tuttavia, lasciando trascorrere un tempo sufficiente, i due liquidi torneranno ognuno al proprio stato e si separeranno.

Direte, cosa c’entrano le leggi fisiche delle emulsioni con la politica? C’entrano; c’entrano eccome!

Gli schieramenti che si sono delineati, in larga misura, sono delle vere e proprie emulsioni che, presto o tardi, si separeranno nelle proprie densità individuali. Tanto a destra, quanto a sinistra. Ci vorrebbe un minimo di onestà intellettuale, tesa a definire con chiarezza la natura delle idee che determinano programmi e strategie, per dare agli elettori il messaggio preciso della natura vera e dei presupposti ideali di chi li propone.

Il versante “destro” della sfida elettorale si compone di tre aggregazioni parzialmente eterogenee. Forza Italia, alla quale dev’essere riconosciuto il ruolo di aggregazione politica che è stata in grado di arginare la deriva della sinistra post-comunista degli anni ’90, avendo in qualche misura occupato lo spazio lasciato vacante dalla disgregazione della Democrazia Cristiana; peraltro, dev’esserle riconosciuta anche la discreta capacità di mediazione politica, determinata dalla inclinazione verso posizioni meno emotive ed emozionali. Tuttavia, a “quella” Forza Italia delle origini non si può non attribuire la responsabilità di avere “sdoganato” stili politici che prescindessero dalle tensioni ideologiche. Il contratto di governo, infatti, non è stata invenzione dell’avvocato pugliese del popolo, ma di Forza Italia. Tuttavia, in quegli anni, la seconda forza della coalizione è stata Alleanza Nazionale di Gianfranco Fini che, sebbene avesse archiviato le ideologie missine, ne ha conservato l’etica e, almeno in una certa misura, le posizioni ideali che hanno contribuito ad ammorbidire l’approccio pragmatico di Berlusconi al contesto politico. Al contrario di Forza Italia, la Lega di Salvini e Fratelli d’Italia di Meloni, non solo sono in qualche misura distanti dalle posizioni della Lega Nord di Bossi e di Alleanza Nazionale di Fini, ma lo sono ancora di più da quelle di Forza Italia. Tali partiti, infatti, spesso assumono condotte manifestamente “populiste” e intolleranti, con matrici ideologiche difficilmente conciliabili con la natura moderata degli azzurri di centro-destra. Ne sono prova i criteri totalitari con i quali hanno affrontato il fenomeno migratorio o le differenze di genere, per non parlare dell’antieuropeismo e di miriadi di altre posizioni verso le quali Forza Italia, almeno, tenta la mediazione. E questo, ovviamente, al netto della capacità di governare il Paese, dei programmi e delle strategie economiche della coalizione.

Dall’altra parte, la “sinistra” si sforza di inglobare una serie di cespugli e cespuglietti: alcuni di questi partiti non solo hanno nelle proiezioni di voto un peso pressoché irrisorio, ma si trovano – è questo l’elemento più importante – parecchio lontani dalle idee di tanti altri pezzi della coalizione. Il tentativo di Enrico Letta, al pari di quanto accade nel versante opposto, di mettere insieme l’estrema sinistra con l’estremo centro è equivalente alle emulsioni di acqua e olio, di cui osserveremo l’inevitabile successiva separazione delle densità. Inoltre, il posizionamento del Movimento 5 Stelle a sinistra della sinistra è quanto di più ingannevole si possa immaginare. Il tentativo della sinistra politica a sinistra del PD, da Fratoianni a Bersani, di vedere nel Movimento 5 Stelle un partito di sinistra, è frutto di una distorsione interpretativa di alcuni interventi di squisita natura popolare (soprattutto in funzione del reddito di cittadinanza) e di nebuloso ricordo di tantissimi provvedimenti del Movimento di governo negli anni di intesa politica (a mio avviso mai tramontata) con la Lega. È del tutto evidente, infatti, che Fratoianni, Bersani e lo stesso Letta hanno “dimenticato”, per esempio, le posizioni rigide sul fenomeno migratorio del Movimento 5 Stelle (ricordate la definizione delle ONG come Taxi del mare?) o sulla appartenenza dell’Italia alla Unione Europea e all’Euro.

Per come la vedo io, in questa particolare contingenza di confusione politica ed elettorale, le posizioni delle coalizioni di destra e di sinistra sono finalizzate esclusivamente a racimolare voti, senza tenere minimamente in conto la natura vera, filosofica e dottrinaria, delle parti. A sinistra, poi, c’è la tendenza emotiva di guardare al Partito Democratico come versione ammodernata del Partito Comunista Italiano; cosa che, in effetti, non è. Chi ha memoria ricorderà i punti programmatici illustrati al Lingotto da Veltroni; chi non ha memoria se li vada a leggere. In quei punti programmatici il Partito Democratico non avrebbe dovuto essere “ostaggio” della visione “comunista” della scena politica, ma emanciparsi verso posizioni “riformiste” in grado di migliorare la vita dei cittadini. Tentativo miseramente fallito a causa di ingiustificabili radicamenti ideologici che rendono ancora irrisolta la contrapposizione tra massimalisti e riformisti.

Ora, al di là del fatto che nessuno parla di programmi (almeno per il momento) e al di là del fatto che tutti – nessuno escluso – sono concentrati nello screditamento dell’avversario politico (talvolta anche dei compagni di viaggio), l’onestà intellettuale dovrebbe prendere in seria considerazione coalizioni che guardino di più e meglio alle culture e alle idee che aggregano donne e uomini in partiti (o movimenti) politici.

Ecco perché sarebbe intellettualmente onesto per quel che resta di Forza Italia sganciarsi dalla destra estrema popolare e populista della Lega di Salvini e di Fratelli d’Italia della Meloni, le quali hanno, semmai, posizioni e cultura più simili al Movimento 5 Stelle; ed ecco perché il Partito Democratico, nella ipotesi della onestà intellettuale, potrebbe “aggregare”, meglio e più coerentemente, quei cespugli che guardano con interesse alle politiche riformiste, compresi i “dissidenti” di quel centro destra ormai in frantumi e fagocitato dalla destra-destra.

Guardare al “centro” non significa volere la riedizione 2.0 della Democrazia Cristiana; semmai dovrebbe significare la realizzazione di un’area davvero socialdemocratica e moderata, ma dal forte carattere riformista, nel tentativo di dare al Paese non solo la stabilità di governo attraverso le necessarie e non più rinviabili riforme istituzionali, ma anche – se non soprattutto – la proiezione internazionale di una Nazione che ha finalmente regolato i conti con un passato (fascismo, comunismo e politiche influenzate dal cattolicesimo) che non ci appartiene più e che determina disinteresse, se non intolleranza, tra gli elettori.

Ciò che, indefinitiva, si auspica è l’aggregazione di coalizioni in base a principi valoriali capaci di tenere ben separata la Politica che si spende per il bene collettivo dal populismo che soffia sul fuoco del disagio sociale.

Ne avremo il coraggio?

Fabrizio Pulvirenti

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