Parliamone insieme
DEDALOMULTIMEDIA
12-12-18

 

“Sei retorica”, mi è capitato di sentirmi dire questa frase molte volte. In fin dei conti, un femminicidio cos’è se non un violenzaomicidio, l’uccisione di un essere umano? Ma una simile considerazione si rivela inadeguata, superficiale e non solo in considerazione della Giornata internazionale contro la violenza sulle donne. Quando prendi le botte dalla persona che dice di amarti ti addentri in scenari psicologici più ampi e sottili, dove il carico e la pressione delle violenze subite sono notevoli e capaci di annichilirti.

Ci si mette sempre un po’ di tempo prima di capire cosa accade, perché – se poi un perché plausibile possa mai esserci – e cosa devi fare. Ci si mette un po’ perché il problema è quel senso di colpa che attanaglia la vittima, la paralizza, la destabilizza. Mentre ti chiedi cosa hai fatto per meritarti i lividi, ti chiedi se ti crederanno qualora tu voglia raccontarlo e denunciare. E a chi? E da dove ricominci? E come? I centri antiviolenza hanno un ruolo cruciale, il primo punto di riferimento per porre fine alla devastazione.

Ma qui si giunge al punto: quanti centri esistono in Italia? Quanti rispondono ai requisiti dell’Intesa del 2014? La sopravvivenza di questi centri a chi è affidata? Sì, i finanziamenti destinati al potenziamento delle forme di assistenza ci sono, ma è alla sensibilità degli Enti locali che poi viene affidato il tutto. Troppo spesso i centri, che pur fanno rete per una maggiore forza e stabilità, hanno vita difficile contando quasi esclusivamente su volontariato e donazioni. Troppo spesso non si parla di finanziamenti costanti.

Troppo spesso si prospetta il rischio chiusura. Ricordo lo sciopero della fame di Maria Luisa Toto, presidente del centro antiviolenza Renata Fonte di Lecce, che dal 2011 iniziò a non percepire più i soldi garantiti dal Comune; il centro Cedaw di Messina, il più antico della Sicilia, si ritrovò escluso dal bando previsto dal piano antiviolenza 2010 per mancanza di requisiti (il Comune, partner dei progetti, in quel periodo fu commissariato). Gli esempi potrebbero continuare, tra le contraddizioni e i gangli di una burocrazia che spesso rende il finanziamento qualcosa di aleatorio. Interessante il lavoro svolto dall’Istat, che per la prima volta ha condotto un’indagine sui servizi offerti dai Centri antiviolenza.

Realizzata in collaborazione con il Dipartimento per le Pari Opportunità presso la Presidenza del Consiglio, le regioni e il Consiglio nazionale delle ricerche, l’indagine è stata effettuata nei mesi di giugno e luglio 2018. Sono stati intervistati 281 Centri antiviolenza, di cui 253 hanno completato il questionario. Perché una simile indagine è interessante? Perché i dati emersi mettono in luce una spaccatura netta tra Nord e Sud, il numero medio di donne prese in carico nei centri del Nord-est è di 170,9 mentre a Sud scendiamo a 47,5; perché della totalità di vittime prese in carico soltanto una parte ha iniziato un percorso di uscita dalla violenza (29227 su 49152). Altro dato interessante è la presenza di figli minorenni, più del 70% dei casi.

E qui il ddl Pillon si abbatte quasi come una minaccia, con la “mediazione obbligatoria” (cosa ci sarebbe da mediare con un partner violento?), e la “bigenitorialità perfetta”. E come la convinci una donna a denunciare il marito violento, se incombe anche il rischio di non poter sostenere equamente le spese di mantenimento dei figli? Le statistiche, unite ai 32 femminicidi registrati nei primi nove mesi del 2018, suggeriscono che probabilmente siamo di fronte a un fenomeno strutturale, cui bisogna pensare con politiche costanti e capillari. Occorre non fermarsi a una sola giornata, perché i numeri elencati precedentemente, quelli relativi al Sud in particolar modo, suggeriscono l’esistenza di un sommerso dalle dimensioni eclatanti.

Si propende a rassegnarsi, a tacere e sopportare in quanto parti deboli. Troppo spesso non si interviene sull’immediatezza del fatto, a violenza appena compiuta, o si interviene in maniera inappropriata. Mantova, a poco sono servite le denunce di Silvia Fojiticova, la minaccia di bruciarli tutti, il marito da cui si stava separando l’ha tradotta concretamente. Poi l’incendio in cui muore il piccolo Marco, 11 anni. Brucia quell’incendio, brucia di rabbia per la vita consumata a ridosso di una ricorrenza come quella odierna. “Signora deve portare pazienza”, le dicevano.

Alessandra Maria

 

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