Parliamone insieme
DEDALOMULTIMEDIA
12-04-21

LIMES Qual è il valore geopolitico della Sicilia?

MANNINO La Sicilia è la chiave del Mediterraneo centrale e meridionale. Dall'isola si controlla lo Stretto da cui passano, e sempremannino più passeranno, le rotte che legano l'Oceano Atlantico all'Indo-Pacifico. Come è sempre stato dall'apertura del Canale di Suez nel 1869. Il controllo della Sicilia è dunque centrale nella partita fra Stati Uniti e Cina, e non solo. Il peso dell'Italia in questa sfida dipende in buona misura dall'isola. Il parziale disimpegno americano dal Mediterraneo e la penetrazione cinese nell'area, insieme al tentativo russo-turco di spartirsi rispettive zone d'influenza in Nord Africa, aumentano il valore dell'Italia. E della Sicilia per l'Italia. Valore attuale dalle radici antiche. Vorrei citare al riguardo due voci più che autorevoli. Johann Wolfgang Goethe scriveva due secoli fa: «Senza vedere la Sicilia non si può capire l'Italia. La Sicilia è la chiave di tutto». Più recentemente, Leonardo Sciascia ricordava: «Incredibile è l'Italia. E bisogna andare in Sicilia per capire quanto incredibile è l'Italia».

LIMES La Sicilia è ancora Italia?

MANNINO Sì. Ma l'Italia è un paese a rischio smembramento. La perdita di peso economico e demografico della Sicilia e di tutto il Mezzogiorno, da Roma (compresa) in giù, rischia di ridurci a terra di conquista. Secondo uno studio della Svitnez, si sta consumando una fuga di popolazione dal Sud. In 15 anni il nostro Meridione ha perso tanti abitanti quanti ne ha la città di Napoli. E ha soprattutto subito un'emorragia di giovani, specie i più qualificati: il 72% degli emigrati ha meno di 34 anni. Come già altre volte nella storia, non mancano le potenze interessate a proiettarsi nella Penisola e nelle isole, Sicilia in testa, approfittando del vuoto che vi si sta aprendo, non solo al Sud. Così ci spingono alla deriva.

LIMES Chi punta ora di più alla Sicilia?

MANNINO Secondo molte apparenze e alcuni fatti anzitutto la Cina, che vi dispone di antenne, attività commerciali e parabancarie nominalmente non sue, di fatto certamente sì. La tappa a Palermo di Xi Jinping, durante la sua visita in Italia del marzo 2019 per la firma del memorandum d'intesa con il governo Conte, sigilla questa attenzione. Pechino ha piena cognizione che in Italia si è aperto ormai da trent'anni un vuoto politico e geopolitico. In Sicilia questo vuoto è diventato voragine, come e più che in gran parte del Sud. L'arretramento complessivo dello Stato, nonostante gli importanti risultati nel contrasto alla criminalità mafiosa, pone Sicilia e Mezzogiorno alla mercé del miglior intraprendente. Certo, la Cina punta a Trieste. Ma non solo. Ci vuole arrivare per gradi, mettendo a sistema i porti dell'Italia insulare e meridionale. Una collana di scali che lega Augusta, Gioia Tauro e Taranto, poi Ancona, con Venezia e Trieste, mentre sul versante tirrenico mira a risalire verso Genova-Vado via Livorno. In Sicilia l'obiettivo principale è Augusta, scalo strategico per eccellenza. Poco utilizzato finora perché sottoposto al controllo americano via base militare, oltre che congestionato dalle raffinerie di petrolio. Ad Augusta si erano già interessati gli israeliani nei primi anni Duemila, perché quello scalo ha il potenziale geofisico per diventare perno della rete portuale nello Stretto di Sicilia e nel basso Mediterraneo, di cui è il massimo porto naturale con fondali profondi. Se l'Italia recuperasse una sua visione geopolitica, in Sicilia dovrebbe puntare su Augusta come grande hub portuale e sulla collana dei citati porti e terminali, da valorizzare con le infrastrutture ferroviarie necessarie a incrementare il traffico delle merci lungo la Penisola e verso l'Europa centro-settentrionale. Mi riferisco all'estensione fino a Trapani della rete ad alta velocità, al completamento dell'anello autostradale mediterraneo e al ponte sullo Stretto di Messina. L'Italia deve preservare la sua continuità territoriale, premessa della crescita economica e della sicurezza nazionale. Oltre alla Cina, ma con impostazione diversa, limitata all'influenza geopolitico-militare, anche Turchia e Russia si sono impiantate nel Mediterraneo centrale e meridionale. I primi a Tripoli, i secondi in Cirenaica. E non pare abbiano voglia di farsi la guerra. In particolare, la Federazione Russa ha preso piede anche in Egitto, Algeria e Tunisia - paese la cui sorveglianza l'America aveva affidato all'Italia ma in cui siamo ormai pressoché irrilevanti. Tutti approfittano del fallimento delle «primavere arabe» e della permanente instabilità. Così si spiegano anche le proiezioni nordafricane dei paesi arabi del Golfo e le ambizioni crescenti dell'Algeria.

LIMES E le potenze europee?

MANNINO All'arretramento americano corrisponde una più avanzata postura mediterranea della Francia e, secondariamente, della Germania. I francesi, sfruttando la portaerei e una Marina militare ambiziosa, partecipano oggi da protagonisti alla partita mediterranea. Sono i poliziotti europei del corridoio che dall'Oceano Indiano conduce al Mediterraneo via Mar Rosso. È la Francia che vigila sulla sicurezza della Grecia e contrasta l'espansionismo turco. Oggi lo Stretto di Sicilia è più francese che italiano. Con il consenso degli Stati Uniti. Il Mediterraneo non è più il mare a stelle e strisce dominato dalla Sesta Flot ta dei tempi della guerra fredda. Acque dove penetravano sottomarini sovietici, specie intorno alla nostra isola maggiore - i pescatori siciliani ne sanno qualcosa. Gli americani hanno in parte lasciato la dimensione marittima ai francesi, concentrandosi su aria, spazio e comunicazioni. Però, ancora una volta, confermando l'importanza della Sicilia: chiusa la base di Comiso (costata così cara!) e mantenuta la postazione di Sigonella, a Niscemi hanno impiantato il Muos (Mobile User Objective System), che verrà rafforzato con un altro megacentro d'intelligence. A simboleggiare il ridimensionamento del presidio fisico del territorio garantito dal sistema di basi costruito dopo la seconda guerra mondiale. Indispensabile fino al 1991 (crollo dell'Urss), ora meno rilevante. Il cambio di accento - il mare si domina dal cielo, dallo spazio e dal ciberspazio più che dalla terra - offre peraltro agli americani uno strumento di controllo più esteso e profondo. Oggi la Sicilia è la capitale mondiale delle telecomunicazioni Usa. L'Italia non ha completamente disperso il rilievo acquisito nel Mediterraneo al tempo della guerra fredda, quando la nostra Marina militare si guadagnò la stima della U.S. Navy grazie anche a figure importanti come gli ammiragli Monassi e Di Paola, dopo la storica fase dell'affinità con i britannici. Ma quello che era un servizio attivo all'Alleanza Atlantica oggi lo manteniamo solo in forza del nostro privilegio geografico. Quanto alla Germania, che ancora non ha una Marina militare degna di questo nome, gioca, lento pede, la sua partita geoeconomica. La Bundesrepublik ha riscoperto, in forma leggera, aggiornata, lo spazio imperiale di Federico II: considera la propria area d'interesse estesa dal Baltico al Mediterraneo. Sta tornando in Nord Africa, con iniziative umanitarie in Libia. Non è più indifferente al nostro Mezzogiorno, anzi lo sta riscoprendo. Potrebbe essere un bene se ci aiuterà a risvegliarci dal sonno geopolitico. E a spingerci a investire nelle infrastrutture e nella connettività per riaffermare l'italianità del Meridione. Senza la quale siamo finiti, a nord come a sud di Roma.

LIMES La Sicilia è nazione o regione?

MANNINO La Sicilia si è sentita storicamente nazione, ma non ha mai acquisito vera dimensione di Stato. Oggi è Regione autonoma dotata di statuto promulgato da Umberto II nel maggio 1946, con decreto luogotenenziale. Questo speciale statuto precede e condiziona in senso regionalistico la costituzione della Repubblica Italiana. Ma oggi è letteralmente destrutturato, depotenziato, ridotto al limite del mero funzionamento formale. L'autonomia siciliana è stata frutto dei nuovi equilibri internazionali prodotti dalla sconfitta dell'Asse nel 1945. D'altronde, tutta la storia d'Italia e di Sicilia è segnata dalla congiuntura geopolitica esterna. Senza la contestuale confluenza e divergenza d'interessi tra Francia e Gran Bretagna, entro cui si colloca la strategia di Cavour, non avremmo l'Italia unita. E nemmeno la Sicilia italiana. E senza la spinta degli Stati Uniti per creare dopo la seconda guerra mondiale un bilanciamento della potenza in Europa e quindi il contenimento dell'Urss avremmo rischiato la disgregazione dell'Italia, con la Sicilia parte di un Regno del Sud o indipendente. Peggio: staccata dall'Italia e legata a un altro soggetto, o insieme di soggetti.

LIMES È vero che il separatismo siciliano, assai robusto al momento dello sbarco alleato in Sicilia, fu alimentato da Stati Uniti e Gran Bretagna?

MANNINO Quando inglesi e americani sbarcarono, i servizi delle due potenze avevano già pianificato accuratamente l'operazione prendendo contatti con notabili e poteri informali siciliani. Anche con la mafia. Ma bisogna distinguere. E soprattutto non cadere nella stupida vulgata della partecipazione mafiosa alle operazioni militari, neppure sotto il profilo di eventuali servizi logistici o informativi. Su questa leggenda esiste un cumulo di improvvisazioni, opera di superficiali commentatori o pseudo-analisti geopolitici e, peggio, dichiarazioni rese in sedi giudiziarie da pseudo-collaboratori. L'argomento va affrontato in termini di verità storica muovendo dal dato semplice che per l'Operazione Husky la Settima Annata Usa del generale Patton e l'Ottava Armata britannica di Montgomery mobilitarono per lo sbarco circa 180 mila uomini. Il bilancio umano dell'intera liberazione della Sicilia conta quasi 220 mila vittime tra morti, dispersi, feriti e prigionieri. Una guerra di queste dimensioni non aveva certo bisogno del contributo di «altri». Diversa è la questione della gestione politica dell'occupazione e del relativo disegno di assetto geopolitico. Gli inglesi si sono da sempre occupati della Sicilia in quanto chiave mediterranea del loro impero. È a Londra che il siciliano Francesco Crispi, uno dei più importanti statisti italiani, gioca la partita che consentirà nel 1860 a Garibaldi di sbarcare a Marsala, protetto da navi britanniche pronte a respingere eventuali attacchi borbonici. Importante è anche il ruolo della massoneria, che lega le élite inglesi alle sicule. Quando sbarcano, il 9-10 luglio 1943, gli inglesi sanno di poter contare sui legami storici, talvolta parentali, con alcune famiglie aristocratiche che da secoli danno il tono all'isola, ad esempio i Lanza di Trabia. A loro volta, quegli aristocratici feudatari si servono dell'«Onorata Società» per preservare il proprio potere, basato sull'ordine feudale. Ma intendiamoci: non credo, lo ripeto, al patteggiamento fra Alleati e mafia descritto dalla vulgata. Si trattò più che altro di utilizzare i canali mafiosi per gestire i territori occupati, a volte con ingenuità, altre aderendo al complesso gioco che attraverso relazioni di tipo occulto, anche massonico, l'aristocrazia gestiva secondo schemi di reciproca manipolazione con la mafia. Contatti vengono stabiliti dagli americani e dagli inglesi anche via mondo universitario, nel cui ambito gli scambi fra Londra e Palermo sono frequenti. Si cita spesso la missione segreta ad Algeri del principe Lanza di Trabia e dell'avvocato - allora sottotenente - Vito Guarrasi, che per conto del generale Castellano trattano insieme la resa dell'Italia, firmata il 3 settembre a Cassibile e resa nota l'8 settembre. Però penso soprattutto al giro di relazioni del professore Santino Catinella, docente di Diritto internazionale all'Università di Palermo, riferimento riservato dell'Amgot (Allied Military Government of Occupied Territories), composto da ufficiali formati presso le università della Virginia e di Yale. Al comando dell'Amgot fin dal marzo 1943 vi è il generale inglese Francis James Rennell Rodd, da cui fomalmente dipendono il commodoro americano Howard Hartwell James Benson e il colonnello Charles Poletti, già governatore dello Stato di New York. Il governo militare alleato regge la Sicilia fino al febbraio 1944, quando via Badoglio viene riaffidata al re d'Italia. Ma sempre sotto supervisione alleata. Catinella appartiene alla scuola palermitana di Diritto pubblico, fondata da Vittorio Emanuele Orlando nel 1889, che propone una sua idea di Stato nazionale liberale. Fra i suoi massimi esponenti, Gaetano Mosca e Santi Romano. A questa scuola si sono abbeverate fino a oggi generazioni di giuristi e di uomini di Stato. A conferma del paradosso che vuole l'Italia fondata dal Nord ma dotata di una armatura giuridica pensata al Sud, soprattutto in Sicilia.

LIMES Quando vi sbarcano, inglesi e americani la pensano allo stesso modo sulla Sicilia?

MANNINO No. Intanto vorrei ricordare che la funzione politica principale dell'Amgot è di lavorare alla trasformazione dell'operazione militare in civile: dall'occupazione alla liberazione della Sicilia e poi dell'Italia. La strategia di Roosevelt differisce, in una prima fase, da quella di Churchill. Inizialmente non concordano neppure sulla priorità dello sbarco in Europa per abbattere la Germania nazista: via Italia (Mediterraneo), come vuole Churchill, o via Francia (Atlantico), come in una prima fase sembra preferire Roosevelt? Londra non esclude di smembrare l'Italia, financo di cristallizzare il Regno del Sud facendo leva sui Savoia, famiglia con la quale gli inglesi hanno intessuto rapporti antichi e strutturati. Maria José, moglie di re Umberto, è canale privilegiato di comunicazione, così pure Badoglio. Washington ha altri progetti e si serve di contatti diversi, sia nel mondo dell'antifascismo sia in quello ecclesiastico. Talvolta questi coincidono, come nel caso degli arcivescovi di Agrigento e di Caltanissetta. E punta sul Partito popolare, che si sta reincarnando nella Democrazia cristiana. Roosevelt e poi Truman sono convinti che la Sicilia, chiave del Mediterraneo, debba far parte dell'Italia unita nella sua duplice funzione di bastione antisovietico e di collante europeo. Roma deve aiutare a ricomporre il rapporto fra Germania (occidentale) e Francia, per stabilizzare il Vecchio Continente e chiuderlo alla penetrazione comunista e sovietica. Benché espressione dell'aristocrazia anglosassone-protestante, paratnassonica, Roosevelt vede nella Chiesa cattolica incastonata nell'Italia unita la cerniera fra gli eterni rivali tedeschi e francesi. Ecco perché gli americani valorizzano la figura di Alcide De Gasperi, il cui europeismo si inscrive nel progetto di Washington. Il presidente degli Stati Uniti invia un suo messo personale (Myron Charles Taylor) presso Pio XII, in stretto contatto con monsignor Montini, futuro Paolo VI. Una funzione importante di sostegno, nel rapporto fra mondo cattolico e Stati Uniti, la svolgono il nunzio apostolico a Washington, Cicognani, e don Sturzo, con la sua esperienza di esule prima in Inghilterra e negli Usa poi. Il nucleo originario della Democrazia cristiana in Sicilia si forma subito dopo lo sbarco alleato, nell'ottobre 1943. Grazie anche all'impegno dell'avvocato Giuseppe Alessi, esponente dell'ala progressista che riunisce ex popolari sturziani, in stretto raccordo con Mario Scelba - come don Sturzo originario di Caltagirone - che opera daRoma, oltre a Salvatore Aldisio, Pasquale Cortese, Bernardo Mattarella. Tutti immediatamente schierati per l'autonomia della Sicilia nell'unità della nazione italiana. In ambito inglese non mancano voci favorevoli al distacco della Sicilia dall'Italia. È il caso di Harold Macmillan, proconsole di Churchill per il Mediterraneo, che flirta con i separatisti come con i monarchici e tenta in seguito il recupero di frange del fascismo (Junio Valerio Borghese). Nell'ambito del Movimento per l'indipendenza della Sicilia alcuni esponenti britannici stringono intese con aristocratici latifondisti come Lucio Tasca, il barone Stefano La Motta di Monserrato, il principe Francesco Paternò Castello duca di Carcaci, ma anche con laici progressisti quali Andrea Finocchiaro Aprile e Concetto Gallo. La logica imperiale britannica individua nella Sicilia il perno del Mediterraneo. Quanto all'Unione Sovietica e ai suoi referenti italiani del Pci, non vogliono alimentare il separatismo, mentre stabiliscono le loro reti d'influenza nell'isola e nella Penisola. Comunisti siciliani come il professore Giuseppe Montalbano, primo segretario regionale del Pci, poi deputato alla Costituente, Girolamo Li Causi, molto successivamente Emanuele Macaluso perseguono questa linea unitaria. E riassorbono alcuni esponenti filoseparatisti di sinistra, come Antonio Varvaro, Anselmo Crisafulli e l'avvocato Ivo Reina.

LIMES L'autonomia siciliana è compromesso fra unitaristi e separatisti?

MANNINO Si. Lo statuto è conciliazione di interessi plurimi, interni ed esterni. I britannici rinunciano al Regno del Sud, per cui c'è una certa disponibilità di Badoglio e l'interesse di casa Savoia. La corte sabauda si sarebbe certamente adeguata alla separazione dal Nord Italia, contando sul rapporto con Londra. Non è ipotesi di fantasia. È documentata realtà storica. Il compromesso sull'autonomia certifica nella sua radice internazionale il rilievo strategico della Sicilia. Rappresenta un passo decisivo nelle operazioni militari e politiche in corso dopo l'8 settembre per preservare l'Unità d'Italia. E sul piano interno cementa il nuovo blocco di governo attorno alla Democrazia cristiana, cuore della Prima Repubblica.

LIMES Questo è l'equilibrio della guerra fredda e della Prima Repubblica, che finisce in Sicilia prima che in Italia.

MANNINO Sì, nel 1992. Con il crollo del Muro di Berlino, nel 1989, la sicurezza europea non è più un problema per l'America e per i suoi alleati. Cambia il quadro internazionale. E comincia a cambiare, per conseguenza, anche quello italiano. È la strage dirompente di Capaci, seguìta dall'attentato di conferma di via Mariano d'Amelio a Palermo, a liquidare con Falcone e Borsellino il sistema della Prima Repubblica imperniato sulla Democrazia cristiana. Non è stata Tangentopoli a distruggere la Dc. Sono state le stragi di Capaci e Palermo. Da cui deriva il cambio degli equilibri di potere in Sicilia, quindi in Italia. Senza quelle stragi Oscar Luigi Scalfaro non sarebbe stato eletto presidente della Repubblica, la De non sarebbe stata cacciata dal governo e forse non si sarebbe spaccata, fino a morire - oltretutto per preservare la prospettiva politica del partito post comunista, assunto a cardine del nuovo ordine. Ironie della storia.

LIMES Si spieghi.

MANNINO Durante la guerra fredda e la Prima Repubblica, faccia esterna e interna della stessa medaglia, il potere in Sicilia è dello Stato. Ma attraverso strutture parallele di altri Stati è condizionato, se non partecipato, dalla mafia. Cosa Nostra è impegnata nell'intermediazione parassitaria, che muta con le circostanze storiche: dal feudo all'edilizia, poi alla gestione di traffici illeciti, non soltanto droga, oltre a ruoli oscuri che purtroppo segneranno la nostra vicenda nazionale. Quando negli anni Ottanta, grazie anche all'iniziativa della Dc, lo Stato cerca di riaffermare, con il primato delle sue leggi, la sua funzione di direzione politica e di controllo sull'isola, Cosa Nostra, versione ultima della complessa galassia mafiosa, reagisce con ferocia. Gli assassini del segretario provinciale della Dc a Palermo Michele Reina il 9 marzo 1979 e poi quello di Piersanti Mattarella il 6 gennaio 1980 segnano una cesura. Con il maxiprocesso di Palermo, avviato nel 1986, lo Stato sembra avere la meglio. Ma poi prevale il caos. Combinato disposto della controffensiva di Cosa Nostra per le condanne comminate dai giudici di Palermo e della crisi dell'equilibrio bipolare in Europa e nel mondo. Questo incrocio — occasionale? — determina la fine della Prima Repubblica. Da allora Sicilia e Italia sopravvivono nel vuoto. Eppure la Sicilia conserva il suo valore geopolitico. La torre del Muos simboleggia la sua funzione di osservazione e controllo del Mediterraneo, crocevia fra Europa, Africa e Asia. Occhio magico puntato sulle terre e sugli uomini di uno dei pochissimi spazi davvero strategici al mondo.

Conversazione con Calogero MANNINO, già dirigente della Democrazia cristiana e ministro della Repubblica, a cura di Lucio Caracciolo e Lorenzo Di Muro

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