Parliamone insieme
DEDALOMULTIMEDIA
01-12-20



Alla fine, questa bizzarra estate ci ha lasciati, così, in un baleno, dall’oggi al domani. Estate anomala: state aIl Barbiere Giovanni Battaglia inteso Testa Rossa
casa, non andate all’estero, quanto è bella la patria nostra, evitate assembramenti…
Non è andata proprio così e lo stiamo vedendo, o meglio lo vedremo ancora. Sono tornati i
virologi/tuttologi a riempire gli schermi, gli spazi sui social e sui giornali virtuali e non.
Eccoci, catapultati nell’autunno, il dolcissimo fine ottobre/inizio novembre di una volta, ha assunto le
sembianze di un piovoso, noioso, triste novembre, in gran parte d’Italia.
Noi in Sicilia assaporiamo un clima più mite, soprattutto l’estate di San Martino sempre gradevole
momento autunnale.
Sono portato ad associare le stagioni meteorologiche al cibo, una delle passioni mie e il primo che mi viene
in mente di questi tempi è la pasta con i legumi freschi di stagione i fagioli.
Non solo un cibo, un rituale, qualcosa che arriva in tavola sempre da protagonista. Si prepara non solo per il
piacere di mangiarli ma per stare insieme. È uno dei ricordi più nitidi della mia infanzia e adolescenza: “I
Fagioli di Testa Rossa il Barbiere”. Ancora oggi è un piatto che da solo fa la festa in casa Battaglia…
Tiro in ballo la proprietaria di una bottega che forniva mio padre “U Varbieri” (IL Barbiere) Donna Vicè, era
lei la regista di tutta l’attività, un donnino piccolo, curvo sotto il peso degli anni e non solo, lavoratrice
instancabile, carattere dolce ma estremamente volitivo, autorevole e mai autoritaria, mai sentita litigare o
discutere con i propri clienti… era lei che vendeva e sbucciava i fagioli freschi per cucinarli a casa mia, mia
madre lavorava all’ospedale.
Il mattino della cottura, cotti rigorosamente sulla cucina a legna, “U Varbieri” andava a prendere il sedano
alla fiumara… un odore indimenticabile che inebriava tutta la 750 Giannini.
Poi si iniziava, lentamente, a pioggia, a far scendere tutti i semi nella pentola e poi entrava in azione il
nodoso bastone, non troppo liscio per poterlo maneggiare meglio, si girava, sempre rigorosamente nella
stessa direzione per almeno 40 minuti ad intervalli, il tempo di una Messa si diceva.
Alla fine la pentola veniva svuotata sui piatti antichi di terracotta smaltati e mescolati con la pasta fresca
detta i cuddurreddi cotti nel mosto e serviti in tavola con l’inevitabile olio d’oliva vergine… il tocco magico.
Per l’occasione veniva invitato lo zio Benito che nonostante fosse già sposato da tempo… non perdeva
l’occasione di assaporare il rinomato piatto in presenza di sua sorella alias mia Madre…
Mi viene sempre più spesso da pensare a quei tempi, ai protagonisti che lo hanno popolato, che oggi non ci
sono più. Condividere ricordi da soli è triste, ma serve a ritrovare emozioni, la consapevolezza di aver
vissuto tempi sereni. Non ritorneranno, ma ogni volta è come rivedere un film di cui conosciamo il copione
e i protagonisti.
Salvatore Battaglia
Presidente dell’Accademia delle Prefi

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