Parliamone insieme
DEDALOMULTIMEDIA
18-09-19

Un'importante strada viene polverizzata da una tremenda mareggiata a Portofino? Ricostruita in 5 mesi grazie ad un intervento trinacriapubblico/privato. All'inaugurazione anche Mediaset con il fior fiore di artisti italiani. Si briciola il ponte di Genova? Niente paura, passa neanche un anno e iniziano i lavori di ricostruzione. Il treno più sconquassato di Milano vale cento volte di uno che arranca nel Sud e in particolare in Sicilia. E che dire della viabilità stradale interna nell'isola? Definirla da terzo mondo è dire poco.

L'A19? Una regia trazzera sicula. I ferri fuori dal cemento nei viadotti al Nord sarebbero classificati uno scandalo; in Sicilia l'Anas neppure risponde alle sollecitazioni e quando lo fa candidamente conferma che interverrà, ma con calma e pazienza. Lo svincolo di Enna docet.

Da anni i siciliani ammirano e restano stupiti dal viadotto nell'A 19 prima incrinato e poi dismesso nei pressi di Scillato. È ancora da ricostruire. Nessuna vergogna non sono passati neppure dieci anni. Quanti invece ne sono passati per la Panoramica di Enna, dove l'Anas non c'entra proprio ma dove i governi nazionali targati all'Economia Tremonti hanno fatto a gara per bloccare la spesa.

Il filo del tempo per le emergenze siciliane si dilata inesorabilmente tanto che si tramutano in non-emergenze in normalità, altro che cinque mesi. E bocca chiusa sulla Nord-Sud, sul ponte Agira-Gagliano, sulle tratte ferroviarie da rifare. In Sicilia esiste solo una produzione al passo con i sistemi industriali: l'emigrazione, un fenomeno che nasce e si sviluppa per mancanza di lavoro e tanto ma tanto sottosviluppo. I governi centrali, bontà loro, non hanno fatto caso tanto che per decenni e decenni, per non scomodare i più lunghi secoli, hanno risposto con soliti pannicelli caldi. Purtroppo la terra di Trinacria ancora prima del 1861 è stata piegata da mille forme di sfruttamento. Chirurgicamente l'Isola è stata condannata a perdere la memoria di come si produce ricchezza e quindi dignità. Volevano ed hanno condannato una comunità all'asservimento. Una condanna nascosta, imposta a volte con velleitaria dolcezza e a volte con violenza.

È un'isola tra le più belle del pianeta, scrigno di mille ricchezze, spiagge bellissime, campagne e monti mozzafiato ma non riesce a produrre turismo come dovrebbe. Da Roma il solito dickat, più posti pubblici, più finanziamenti per imprenditori che non producono, più piccoli egoismi. Un menù insipido, poco digeribile, imposto, da ingoiare. E oggi dopo anni e anni di devastazioni ambientali e socio-economiche le regioni del Nord candide candide ci portano il conto. Hanno capito che è possibile vendere fuori dallo stretto perimetro nazionale; hanno capito che non debbono più chiedere le migliori braccia e menti del sud per lavorare in Piemonte o Trentino o Veneto, ci vanno da sole. E quindi il nuovo egoismo richiede l'autonomia differenziata da territorio a territorio. Ma quando mai è stata riconosciuta alla Sicilia. Competenze si, tante ma l'art. 37 dello Statuto mai applicato. Adesso “ognuno per i fatti suoi” si trasforma in sacrosanta battaglia per Lombardia e Veneto.

Di un Sud fermo che non parte, su chi puntare il dito? Sicuramente su una Unità d'Italia che non ha unito ma che ha colonizzato; su una classe politica risorgimentale letteralmente asservita ai padroni del Nord e ai ciechi baroni latifondisti del Sud. Il danno è stato così rilevante da produrre un gap vastissimo tanto che ogni tentativo di rimediare alle devastazioni diventa vano. Oggi è richiesto di correre ognuno con le proprie gambe, ma i territori del Sud partecipano a gare di F1 su go kart. Tutto prende inizio con la colonizzazione e poi continua con una classe politica targata 1861 “Romadipendente”. Un abbraccio mortale, una forbice che si è tanto allargata da non consentire più di accostare i livelli di vita delle comunità. E dire che negli anni che vanno dall'Unità alla prima Guerra mondiale la Sicilia ha vantato parlamentari, ministri e presidenti del consiglio. Ma i risultati sono stati prossimi allo zero. Anzi i primi carnefici della propria gente sono stati i politici siciliani, uno su tutti Francesco Crispi. Mise fine all'esempio più democratico nato nella società dell'Isola, i Fasci siciliani. E lo fece con l'esercito e le barbarie. Come lo aveva fatto già in precedenza ordinando a Bixio il massacro di Bronte. Si fu proprio Crispi l'ispiratore del comando scritto nel decreto di fucilazione recapitato al generale garibaldino. Nel ventennio fascista stessa musica, condanna all'assistenzialismo firmata da tutte le parti sociali. Ed oggi la solfa continua. Un esempio? La Fiat di Marchionne decise che in Italia uno stabilimento andava chiuso, ebbene tutti assieme, politica, sindacati, mondo dell'imprenditoria stabilirono che Termini Imerese era destinata a sbarrare i cancelli. E la mitica zona industriale di Enna? Un grande affare per tutti eccetto che per la comunità ennese. Ancora non è chiaro quanti miliardi e miliardi di lire siano finiti nelle tasche di “uomini d'affari senza scrupoli”. E Pasquasia, fatta chiudere per calcolo affaristico condiviso dal mondo politico regionale e sindacale. Non contando mille e mille altre scelte che hanno relegato la Sicilia in fondo al burrone. Un saldo negativo dove è presente il contributo delle locali comunità che, prima per paura e poi per convenienze momentanee assistenzialiste, hanno chiuso occhi e orecchie ingoiando senza masticare. Il dolore è stato avvertito ma non gridato, la sopravvivenza senza respiro è stata la parola d'ordine. Ma i tempi cambiano e chi prima aveva interesse a fornire soldi a palate per sostenere il consumo del Sud per portare nuovo profitto agli industralotti del Nord, adesso ha chiuso i rubinetti. Ha ben capito che nell'era di internet, della globalizzazione, i mercati interni sono i più costosi e i meno redditizi. Conseguenza inevitabile, cambiare scenario economico e chi si è visto si è visto. Prima mossa mettere da parte i parenti ingombranti e assai costosi e guardare ad altro. Il governo nazionale ha lasciato il Sud per terra mortificando i territori con tassazioni da cravattari e non immaginando percorsi per ridare vita ad un'anima persa nei meandri dell'assistenzialismo. Ma come si vuole risollevare l'economia se produrre al Sud è nettamente più costoso che al Nord? Senza parlare di Mafia, infrastrutture assenti e collegamenti scollegati basta dire del costo del credito bancario, anima della produzione e dell'imprenditoria, è molto più costoso nel Mezzogiorno. Supera di oltre 2 punti in percentuale la media nazionale.

L'istantanea più compiuta dell'impoverimento locale e regionale sta nel fatto che ormai nell'isola mancano due decenni di classi di età, i trentenni e i quarantenni. Proprio quelle classi quelle classi vocate a produrre figli, lavoro e ricchezza.

Per chi rimane ancorato alla propria terra oggi il percorso da affrontare è obbligato: prendere la tortuosa e non assistita strada per costruire vero sviluppo. Da sottolineare, non riprendere ma prendere, perchè questa Sicilia è stata da sempre condannata a marcire nel sottosviluppo.

Paolo Di Marco

    

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