Parliamone insieme
DEDALOMULTIMEDIA
16-10-19

I recenti fatti di cronaca mostrano una realtà di abusi che, se confermata dalle indagini degli inquirenti, creerebbe un terremoto tale apeida far crollare più di una istituzione pubblica.

Non possiamo sostituirci al lavoro degli inquirenti, né a quello dei giudici e siamo convinti che la coscienza e competenza professionale di tantissimi Educatori, continui a mantenere alta la qualità dei servizi educativi di accoglienza e protezione dei minori in stato di disagio.

Siamo ben consapevoli della precarietà e dell’insicurezza dei nostri posti di lavoro, che risulterebbero compromessi da prese di posizioni forti e in contrasto con gli equilibri economici dell'ente datore di lavoro. Esiste però un dovere superiore che tutela l’interesse e l’incolumità di chi è fragile e viene affidato alla responsabilità degli operatori educativi che hanno l’obbligo di garantire tale interesse, sul piano legale ma soprattutto deontologico e professionale. Si tratta di una legge universale secondo la quale I MINORI VANNO PROTETTI e pertanto è anche necessario “ rischiare di persona”.

Si parla di affidi temporanei….. che durano anni!

E’ sotto gli occhi di tutti che la famiglia non è tutelata e che la tutela dei minori non debba ridursi al solo allontanamento dello stesso. I nuclei familiari - sia quello di origine che quello di destinazione, hanno entrambi il forte bisogno di un incisivo intervento educativo, ovvero, di porre in essere un processo intenzionale di cambiamento e di crescita che ha l’obiettivo del re-inserimento del/dei minori nel nucleo familiare di origine.

Si cresce insieme! Cresce la famiglia che accoglie il minore, cresce il ragazzo nella esperienza temporanea di affido, e si lavora con la famiglia per ripristinare gli elementi di criticità rilevati e che hanno dato avvio al procedimento di allontanamento.

Molto spesso la progettazione educativa in risposta ai bisogni del minore, nelle strutture ospitanti, si riduce ad una mera compilazione di tabelle di sviluppo. Spesso si tratta di obbrobrianti caselle da riempire con una X, su esilaranti scale di crescita personale, sviluppo emotivo, coscientizzazione del sé, rispetto delle regole, ampliamenti percettivi e altre ridicole rilevazioni che poco hanno a che fare con un progetto educativo (PEI).

Le famiglie d’origine vanno sostenute ed incluse in una rete di solidarietà, di educazione reciproca, gratuita e collettiva, che educatori e pedagogisti possono promuovere nel contesto di una comunità educante, ai fini della valorizzazione delle competenze educative dei genitori e di una genitorialità diffusa, processi e percorsi educativo-pedagogici le cui valutazioni vanno lette in chiave pedagogica. Troppo spesso si sparano diagnosi di moda come “l’alienazione parentale”, che fa precipitare il nucleo familiare nella disperazione più totale, sconvolgendo delicati equilibri con la forza di un tornado estivo.

Dobbiamo avere la forza di imporre il punto di vista pedagogico, contrapponendosi a chi vede in ogni minore e genitore il business della prassi diagnostica del disturbo psicologico, promuovendo forme di cooperazione multifamiliare ai fini della costruzione della comunità educante. Occorre ripristinare i giusti equilibri educativi in famiglia, sostenendola oltre che economicamente, anche con interventi educativi domiciliari.

Abbiamo chiesto al ministro per la Famiglia interventi decisi a sostegno e valorizzazione dei nuclei familiari, luoghi “ecologici” in cui crescono sani, nel corpo e nella mente i minori, comunque siano composti.

Noi siamo dalla parte dei bambini e delle bambine per il loro naturale diritto ad avere una famiglia, comunque sia composta. Noi che lavoriamo al loro fianco per ore e ore, con paghe basse e in condizioni di precarietà economica vicina a quella dei nostri assistiti… e che sopravviviamo grazie al sostegno economico dei nostri genitori, dobbiamo avere il coraggio di denunciare l’assenza di una vera progettualità educativa, contestare la supervisione psicologica (strumento di controllo più che di sostegno), chiedere che il coordinatore dei servizi educativi sia un pedagogista, unica professione che si è formata in 5 anni accademici per garantire la qualità dell’intervento educativo. Mettere la parola fine agli abusi sui minori.

Noi vogliamo promuovere un NUOVO ATTIVISMO PEDAGOGICO, a difesa del diritto dei bambini e della bambine, ad essere educati/e con la scienza che gli è propria: la Pedagogia.

Il Presidente Nazionale 

Associazione Pedagogisti Educatori Italiani

Ped. Alessandro Prisciandaro

 

 

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