Il Taccuino
DEDALOMULTIMEDIA
20-10-20

Da qualche ora la vicenda relativa alla concessione ad Autostrade per l’Italia sembra risolta. Noi, per austostrada svincolo ennaquel che ci riguarda, non intendiamo impelagarci in complesse questioni societarie, normative o giuridiche, né tanto meno in quelle politiche sottese alla vicenda. Facciamo gli ingegneri e a volte solo le persone di buon senso.

In questi giorni riecheggia sulla stampa un aforisma di Charles Bukowski: “L'autostrada ti ricorda sempre un po' com'è la gente. È una società competitiva. Vogliono che tu perda così possono vincere loro. E una questione innata e in autostrada viene fuori. Quelli che vanno piano vogliono bloccarti, quelli che vanno forte vogliono superarti.“

Ecco, questa ci sembra una maniera appropriata di affrontare questi problemi, assai più raffinata della maniera in cui alcuni dei nostri governanti hanno pensato di affrontare nel tempo i grandi temi delle infrastrutture stradali in Italia.

Ma andiamo per ordine. Alcuni di noi sono rimasti scioccati nel sentire che il nuovo ponte di Genova doveva essere affidato alla stessa società che aveva permesso, per omissioni, superficialità, negligenza o mera sfortuna, che avvenisse la tragedia del Ponte Morandi.

Nelle premesse abbiamo chiarito che la nostra non vuole essere una dissertazione sul diritto ma una libera riflessione. Lasciando da parte la concessione e la soluzione trovata dal Governo, ci viene in mente una considerazione banale, forse semplicistica, ma che molti lettori sentono propria: se il ponte Morandi faceva parte della concessione, adesso quel ponte non c’è più, non c’è più fisicamente, anche strutturalmente quello nuovo è totalmente diverso e il percorso autostradale è rimasto a lungo interrotto (e a rigore lo è ancora). Come fa a sussistere un diritto su qualcosa che non c’è più ed è stata sostituita in tutto e per tutto con una nuova realtà?

Capiamo pure noi che questa affermazione ha molti limiti, tranne forse quello della ragionevolezza. Se la vicenda concessione all’ASPI è complessa, la vicenda del ponte di Genova a noi sembra invece semplicissima. Per decoro e rispetto delle vittime questa nuova infrastruttura non può essere consegnata a chi ha permesso in qualche modo la rovina di quella preesistente. Bisogna scorporare il ponte di Genova da qualsiasi contratto e gestirlo direttamente, chiunque formi adesso la società. Punto.

Piuttosto la vicenda apre nuovi scenari, in Liguria, in Toscana, ma anche in Sicilia, dovunque delle infrastrutture viarie, ponti o gallerie che siano, vanno in rovina o cascano letteralmente giù. Abbiamo scritto più volte del viadotto Scillato lungo l’autostrada Palermo-Catania, che è gestito dall’ANAS, che ha tagliato letteralmente in due l’isola per mesi e che si sta faticosamente ricostruendo dopo più di un lustro.

Il problema a questo punto è strategico, non più contingente o giuridico. L’intero trasporto gommato in Italia è affidato alle autostrade e il resto della viabilità, statale e provinciale, che ne reggeva il peso fino agli anni sessanta è stato abbandonato a se stesso.

In diverse regioni, soprattutto la nostra, quando la rete autostradale si inceppa, anche per brevi tratti, non vi sono più vie alternative degne di questo nome. Le manutenzioni sono inesistenti, ristrutturazioni, ammodernamenti, varianti degli abitati, sono stati lasciati nei cassetti; gli enti stessi che dovevano occuparsene, come le ex province, sono state lasciate in balìa di se stesse, senza personale né risorse, e sostanzialmente senza nemmeno gli amministratori.

Come per la sanità, anche per la viabilità la privatizzazione, che doveva essere lo stimolo per un’efficienza ritrovata, si è rivelata una falsa soluzione. La commistione fra vizi privati e pubbliche virtù, l’abominio di uno Stato che abdica alle proprie competenze e affida servizi con contratti capestro, dove a soccombere sono sempre le casse pubbliche, sono storture che negli anni stanno rivelando la poca saggezza di un Paese, che un tempo era fra i grandi.

Nel campo delle infrastrutture viarie, privilegiare la manutenzione straordinaria, ad esempio, a ponti e gallerie comporta disagi enormi, con la chiusura di interi tratti di viabilità e/o la circolazione a senso alternato. Disagi che rischiano di essere vanificati se è sottratta al controllo pubblico e affidata esclusivamente al gestore, alle sue scelte e ai suoi tempi.

Se qualcuno l’avesse dimenticato, su di noi ennesi grava ancora la minaccia di una sconsiderata chiusura totale per oltre due anni (sulla carta) dello svincolo della A19. Come se non esistessero poteri locali capaci di mettere in discussione, anche tecnicamente, una tale scelta.

L’aforisma di Bukowki è solo uno sprazzo di lucidità che ci fa sorridere ma sottintende grandi verità, magari scontate ma per lo più inavvertite. Le strade statali (e provinciali) non implicano competizione, si viaggia a velocità costante se sono in pianura, ci si diverte a guidare se sono di montagna, e la mania del sorpasso è riservata agli sconsiderati e agli asociali.

In molti casi le vecchie strade statali fanno riscoprire tratti del paesaggio sconosciuti o dimenticati, e anche questo è un loro pregio. Ma non quando sono abbandonate a se stesse.

Peppino Margiotta

 

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