Il Taccuino
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19-09-20

dunarea de jos 2020

 

dario cardaci dedalo

 

 

“Insieme ce la faremo” “Andrà tutto bene” può considerarsi un semplice incoraggiamento? Stiamo affrontando “insieme” la fase della ripresa?insieme

In questi mesi la fase di emergenza sanitaria ha evidenziato la capacità di promuovere reti di solidarietà tra volontari della protezione civile, le associazioni di solidarietà, la Caritas, le confraternite, gli operatori della sanità, le forze dell’ordine, tutti con esemplare spirito di servizio ed una sana competizione di donazione e gratuità.

Nella fase di ripresa ad Enna ed in presenza di una diffusa vulnerabilità sociale si sono manifestati interessanti fermenti di vitalità che ci segnalano la necessità di riorganizzare le relazioni e di trovare una strategia di uscita dalla crisi. I ristoratori di Enna riunitisi in comitato, le associazioni di volontariato per la disabilità, la CNA e la Confcommercio che propongono un tavolo tecnico con tutte le associazioni datoriali, sono i primi esempi e spero non gli unici di una virtuosa modalità di fare rete: hanno compreso che è necessaria un’alleanza operativa per affrontare le difficoltà e trovare il modo per superarle. Una proposta per la città che ci incita ad intessere una ragnatela di idee e progetti da condividere per la rinascita sociale ed economica della comunità ennese.

Però, teniamo conto che siamo concentrati in noi stessi a riorganizzare la nostra vita e a riprendere, seppur con titubanza, le nostre attività. Per timore o per prudenza, ancorché giustificata, affidiamo al nostro pilota automatico, che gestisce le abitudini e la memoria, questa fase di ripresa.

Con immediatezza dichiariamo ai nostri interlocutori, quasi a mettere a tacere le nostre inquietudini, che siamo cambiati e che nulla è come prima. Ma se qualcuno ti chiede in che cosa siamo cambiati. Ci lanciamo a parlare dei massimi sistemi, della globalizzazione e ben che vada solo degli altri. Mai di noi stessi.

È evidente che i cambiamenti di ciascuno e della società sono ancora allo stato di un seme piantato nel terreno che nascosto attende di germogliare e fiorire.

Con l’attesa di chi si prepara ci troviamo in questi giorni alle prese con il nostro egoismo e con la primaria esigenza di sopravvivere. Aggrappati alle nostre convinzioni, anche se dubbiosi. In difficoltà a percorrere le vie anguste delle fragilità e dei limiti sperimentati, in una situazione che ha sconvolto le abitudini ed i comportamenti.

Questa condizione inaspettata ci propone una vaga speranza di rinascita che si desidera sia chiara negli obiettivi e nella strategia per raggiungerli.

Ma come si può sprecare questa opportunità a non ripensare e, non sembri un’esagerazione, a non riprogettare la nostra vita e le nostre città?

In un precedente articolo avevamo precisato che l’interesse primario per la città può essere perseguito, in questa fase straordinaria, solo se si avvia un progressivo coinvolgimento dei cittadini e delle loro reti di relazione per ambiti e specificità. Ma alla domanda chi deve coinvolgere i cittadini? Le risposte non sono così chiare come desidereremmo. Intanto, tendenzialmente attribuiamo le responsabilità agli altri, alla politica, alla corruzione, a chi amministra e più in generale a chi la pensa diversamente. Solo raramente mettiamo in prima linea il nostro impegno ed i comportamenti personali.

La risultante dei comportamenti dei cittadini, sicuramente interdipendenti ed accomunati dall’egoismo, ormai rappresenta il più insidioso ostacolo al rinnovamento della società che frantumata dalla sofferenza della pandemia grida di essere aiutata e di essere risanata.

Ma è possibile parlare ancora dell’importanza della partecipazione dei cittadini per il funzionamento della democrazia? Ebbene sì.

I cittadini tendono a lamentarsi dei politici soprattutto quando, nella gestione amministrativa, il loro rapporto è carente di compartecipazione, di capacità di ascolto e di interpretazione delle esigenze della comunità cittadina.

Chi pensa di limitare la partecipazione dei cittadini alla sola espressione del voto con cui si conferisce il mandato di rappresentanza agli eletti compie un errore che compromette le fondamenta della nostra società. L’articolo 118 della Costituzione parla esplicitamente di sussidiarietà, rinviando ai corpi intermedi della società il compito di intervenire fin dalla fase di co-progettazione degli interventi e non solo in quella della cogestione degli stessi.

Soprattutto in questo tempo di pandemia e di cambiamento epocale la sussidiarietà significa che bisogna riconsegnare alla società il ruolo di attore primario, consentendo alle organizzazioni sociali di rappresentare presso le istituzioni le esigenze e gli interessi dei cittadini. In questo modo i cittadini sono chiamati a contribuire alla vita pubblica non solo alla vita culturale, economica e sociale della comunità cui appartiene, ma anche a quella politica. I cittadini possono riconquistare il loro ruolo di cittadinanza attiva concependo la partecipazione come un dovere da esercitare in modo consapevole e responsabile e in vista del bene comune.

Ma ritorniamo a “Insieme ce la faremo” se siamo convinti dimostriamolo, altrimenti, è solo uno slogan.

Gaetano Mellia

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