Il Taccuino
DEDALOMULTIMEDIA
21-10-20

 

Il contagio del virus rallenta il ritmo e gli esperti lo considerano un primo successo. È vero tutti siamo più fiduciosi e ci disponiamo albaa ripartire. Ma non sappiamo quando e come. Tutti sull’uscio di casa per capire in che cosa consiste la fase due preannunciata dal Governo in questi giorni.

Certamente, ciò rappresenta un passo avanti perché finalmente si riscontra una convergenza di vedute, tra i protagonisti della governance della crisi, sulla necessità di definire una strategia operativa che consenta, con la necessaria preparazione, l’avvio graduale delle attività produttive.

Una svolta rispetto a quando prevaleva la convinzione che cominciarne a parlare era un atto di follia e di irresponsabilità, come se la programmazione delle azioni future possa interferire sull’ordine delle priorità che la pandemia ha imposto. Menomale che ce ne siamo resi conto.

Difatti, si è capito che nell’arco di pochi giorni la tenuta sociale era attraversata da un susseguirsi di onde crescenti di protesta e di disagio sociale. Le povertà e l’emarginazione non indugiano più, irrompono da un sommerso frastagliato, in superficie, con gli irrefrenabili bisogni di sopravvivenza.

È cominciata una fase che ci obbliga a tenere conto dell’impatto che la pandemia ha nel sistema economico e sociale. È urgente stabilire che le azioni riguardanti la salute pubblica, l’economia ed il lavoro, prima parallele, poi devono convergere, magari in tempi diversi, per integrarsi e sostenersi a vicenda.

Anche noi cittadini dobbiamo collaborare senza attendere il sollievo che il passare del tempo, illusoriamente, può procurarci. Ritornare al lavoro è una priorità e non possiamo illuderci che il necessario supporto economico dello Stato, dei Comuni e la solidarietà dei cittadini possano reggere la crisi economica.

Ormai c’è il passa parola che, scampato il pericolo, tutti saremo diversi. Certamente non saremo gli stessi ma qualcuno sa dirmi in che senso?

Il nostro equilibrio che tanto desidera la serenità è scosso come quando un’onda del mare improvvisamente ci sommerge e ci trascina sottacqua, non ci fa respirare e con l’acqua alla gola ci costringe, nel momento del panico, a vedere il fondale agitato, con la sua bellissima flora marina. In pochi secondi, la paura e la reazione istintiva per sopravvivere, ma anche, lo stupore per ciò che prima era nascosto nel sommerso. Un piccolo trauma che ci ha fatto reagire con successo, a tal punto da ricominciare subito a nuotare senza paura. Una piccola rimozione tra le tante con cui siamo abituati a convivere.

In questo caso ho il timore che il pericolo, non appena scampato, sarà archiviato come una esperienza, così forte e traumatica da indurre la nostra mente a non reagire e a non considerare prioritarie, né una revisione critica delle nostre, già consolidate abitudini di vita, né una richiesta delle azioni di riforma resisi urgenti e necessarie, in tutti gli ambiti della società e dell’economia.

E per questo che la capacità di fare scelte significative di cambiamento nella nostra vita personale e nel rapporto con la comunità di cui facciamo parte e non solo a livello locale, o la esprimiamo adesso, con un coraggio ed una forza interiore straordinari, o dopo non ne saremo capaci.

Le nostre giornate non possono rincorrersi come se fosse un incubo, rivivendo le stesse situazioni, le nuove ed obbligate abitudini, le ansie e le tante domande che non ricevono risposte definitive. E non solo, non possiamo assecondare lo strano senso di disorientamento quando si manifesta la vivace lotta tra l’egoismo che, prima, ci induce ad isolarci e difenderci e l’altruismo che, poi, ci lancia, inaspettatamente, con comportamenti di intensa disponibilità, verso chiunque sia raggiungibile.

Quante domande affiorano…Le risposte non possono essere fornite solo a livello personale. Tutti dobbiamo farci avanti. Siamo una comunità che è illuminata dalle virtù eroiche di tanti cittadini. Tutti protagonisti nel garantire la nostra salute ed i servizi essenziali. A soffrire con chi soffre, a piangere con chi piange, in un abbraccio commovente di chi si prende cura della vita sino ai confini mai prima esplorati. Non è solo senso di responsabilità e del dovere professionale. È molto di più. È la scoperta che la vita può essere amata solo nella relazione con gli uomini e le donne che incontriamo giornalmente.

Dalla città dovrà partire la nostra sfida, con la consapevolezza di essere portatori di una nuova e più forte idealità. Noi tutti dovremo divenire i cittadini attivi e socialmente responsabili, in una comunità capace di reagire ed autoimmunizzarsi dalle disuguaglianze e dalle divisioni antagoniste, tutte contrarie al bene comune.

Il nostro dramma può divenire la fonte di nuova vitalità, così come il seme di grano ha bisogno di marcire affinché germogli.

Gaetano Mellia

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