Il Taccuino
DEDALOMULTIMEDIA
29-03-20

C’è un antico detto siciliano, reso famoso anche oggi da una citazione di Franco Battiato, che dice: è inutili ca 'ntrizzi e fai cannola, code eyrospinca u santu è di marmuru e nun sura.

Penso che non ci sia bisogno di traduzioni letterali, ma solo di una spiegazione filologica. Il detto allude ad un tentativo da parte di una donna di sedurre con la propria bellezza una persona irremovibile, un Santo, che in quanto di marmo non si scompone.

Ora come ora le belle donne siamo noi e il santo (beh proprio santo direi di no) è il Covid-19.

Perché tutto questo preambolo? Perché vedo code di massaie in tiro, professionisti impettiti, vecchiette claudicanti, fare la fila davanti a supermercati e centri commerciali e poi uscire con i carrelli e le borse piene di vettovaglie.

Certo, lo sappiamo, è scoppiata la guerra e bisogna fare incetta di beni di prima necessità: pasta, farina, acqua, latte, zucchero, pesce, carne, patatine, surgelati, whisky, gin, acqua tonica, rum, coca-cola, cioccolato, vino, prosecco, detersivi, ammorbidenti, lucido per scarpe, merendine, biscotti, colombe alla via triste ennacrema, panettoni scaduti, e chi più ne ha più ne metta.

Come era successo per la guerra in Iraq e al passaggio del millennio. La fine del mondo è vicina: meglio morire sazi e soddisfatti! Qualcuno forse non ci ha spiegato che la frase “questa è una guerra” non vuol dire che ci sarà la carestia.

E poi capisco la vecchietta di cui sopra, che si ricorda ancora della II guerra mondiale, dei bombardamenti, del razionamento, della fame (ma quanti anni ha?), ma non capisco la gente di mezza età, i sessantenni, i nuovi anziani, che queste cose non le hanno vissute e che se non leggono i giornali, almeno guardano venti telegiornali al giorno, compresa la D’Urso e sanno che le merci circolano e circoleranno regolarmente!

Ma cambiamo, solo apparentemente, discorso.

“Terrone” è un termine antico della lingua italiana che indicava le persone legate alla terra, le persone con origini umili: una specie di servi della gleba. Dagli anni cinquanta in poi diventò l’espressione spregiativa che i settentrionali usavano nei confronti degli immigrati meridionali.

Adesso che il lombardo-veneto e i sabaudi sono stati colonizzati da siciliani, calabresi, pugliesi, campani, in certi casi sono pure le seconde e terze generazioni degli immigrati di un tempo a chiamarci ancora così, quasi per esorcizzare il passato. Un po’ come i meridionali che votano Lega.

Adesso che il virus ha invertito per un poco l’ago della fortuna, ci pensano i nostri ex terroni ad invaderci, salendo sui treni di notte, gli autobus e qualcuno addirittura in taxi. Atteggiamenti che tutti abbiamo giustamente stigmatizzato, come se fossimo di fronte ai nuovi untori.

Ma non ci rendiamo conto che i nostri atteggiamenti quotidiani non sono da meno. Non comprendiamo che i nostri atteggiamenti di questi giorni sono l’esatto riflesso dei nostri studenti e insegnanti di ritorno, che sono i nostri atteggiamenti pubblici e privati gli unici strumenti, le uniche armi che abbiamo a disposizione per vincere questa guerra atipica, ma dove ci sono lo stesso i morti e i feriti.

E se i picciotti devono saltare qualche apericena e qualche rito collettivo serale o notturno, se ne stanno già facendo una ragione. Siamo noi adulti il problema.

Ma andiamo! Abbiamo dalla nostra parte una cultura millenaria che ci ha insegnato la pazienza e la furbizia contro ogni nemico. “Calati iuncu ca passa la china”: per una volta non è accondiscendenza o indolenza, è intelligenza!

E allora non facciamoci riconoscere per l’assurdità delle nostre paure, non facciamoci riconoscere per quello che ormai non siamo e forse non siamo mai stati. Saremo pure terroni, terroni raffinati, “terron glasé” come dice un mio amico, ma non siamo “marroni glassati” (traduzione letterale del francese “marron glasé”), perché tradizionalmente dicevamo per ripicca - che Dio mi perdoni - che i marroni erano di Bergamo!

E allora, non facciamo i marroni, non svaligiamo i supermercati e le farmacie. Stiamocene a casa piuttosto, ca lu santu è di marmuru e nun sura.

Peppino Margiotta

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