Il Taccuino
DEDALOMULTIMEDIA
29-03-20

Per un mio ritorno alle incaute pagine di Dedalo, atteso oppure no, nulla vi poteva essere di più dissacrante che amuchinamancare di rispetto ad un sentimento assai più diffuso del virus stesso: la paura.

Viviamo un tempo, che ormai si prolunga da più stagioni, in cui la paura la fa da padrona. E non è quasi mai una paura spontanea. Quel gran genio di Umberto Galimberti ha così definito la paura: “Emozione primaria di difesa, provocata da una situazione di pericolo che può essere reale, anticipata dalla previsione, evocata dal ricordo o prodotta dalla fantasia”.

Per lungo tempo, da quel fatale settembre 11, abbiamo avuto paura del terrorismo; pericolo vero e tangibile, anche se difficile da praticare e/o subire in quel di Enna o di Caltanissetta e territori annessi (scusatemi ma sono molto ma molto provinciale e contestualizzato).

Per più di un anno (esattamente 461 giorni) abbiamo avuto paura degli sbarchi, dei capitani coraggiosi al femminile, degli invasori potenzialmente stupratori e spacciatori, anche se donne, bambini e comunque ingiustificatamente fuggiaschi.

Finita o quasi questa patologia vagamente razzista, difficile da debellare e radicata ormai nel nostro DNA, un tempo immune o forse solo dormiente dal secondo dopoguerra, ecco arrivare il virus cinese, che in un primo tempo, assai breve, ci ha fatto temere l’effetto devastante degli occhi a mandorla, anche quelli del supermarket, della parrucchiera e persino della piccola sarta cinese sotto casa, che con l’aggiunta di un inoffensivo e francesissimo Balzac è solo un libro del regista e scrittore Dai Saije (anche lui cinese comunque): “Balzac e la piccola sarta cinese”.

Quando si è capito che non era il cinese con la tosse la causa del contagio, ma poteva essere anche la massaia di Bergamo o il cassettaio del Molise, pardon del Veneto, siamo corsi ai ripari: mascherine (ma non quelle di carnevale che sembra siano pericolosissime), ipoclorito di sodio in diverse concentrazioni (e anche lì abbiamo cominciato a specularci), e improvvisa interruzione dei rapporti sociali, con il rifiuto più o meno palese e deciso della stretta di mano, già prudentemente abolita nel ventennio. Non parliamo poi di abbracci e soprattutto di baci, che storicamente sono assai pericolosi, come sanno bene Andreotti e tutti gli amici di Giuda.

Ma dove abbiamo dato il massimo è stato a livello politico e di quella appendice che altri chiama Stampa, ma che sarebbe meglio chiamare pubblica informazione. Tornato a casa domenica scorsa, l’incauto potenziale untore, cioè io che ho scorrazzato senza rossore per l’Italia e l’Europa negli ultimi tre mesi, accendo domenica la televisione e scopro che è scoppiata la peste (bubbonica per lo più), il colera, il vaiolo, la febbre gialla, l’ebola, visti i bollettini di guerra comunicati in diretta planetaria nientepopodimeno che dal presidente del Consiglio in persona, con tanto di golfino blu in stile protezione civile.

A proposito di ebola, che in tanti hanno accostato impropriamente al coronavirus, e che ricorda tanto e drammaticamente “La Maschera della morte rossa” di Edgar Allan Poe (segno che la mente umana riesce a concepire cose che si manifesteranno solo nel futuro), ho appreso che provoca una mortalità “diretta”, dovuta non alle complicanze ma alla malattia in sé, che va dal 50 al 70% e che nel periodo acuto 2014-2015 ha fatto più di 10.000 morti nel mondo. Ne sa qualcosa il nostro Fabrizio Pulvirenti che l’ha scampata bella!

E vengo a sapere che la famigerata “aviaria”, anch’essa genericamente un’influenza, che scatenò la crisi degli allevamenti di polli e tacchini alla fine degli anni ’90 (anche in quel caso una vera e propria fobia collettiva indotta), è ancora attiva pure dalle nostre parti, ma non ce ne preoccupiamo più, forse perché molti nostri consimili non sanno (a torto) di avere in comune con gli uccelli la testa!

E scopro, molto più semplicemente, che le nostre banali influenze stagionali (dati del portale dell'epidemiologia per la sanità pubblica a cura dell'Istituto Superiore di Sanità) nel nostro paese provocano mediamente 8.000 decessi l’anno (quasi tutte concentrate nei quattro mesi invernali), per conseguenze su soggetti a rischio come per il Covid-19, che ne ha provocato finora una decina.

E infine scopro che fuori dalla Cina e zone limitrofe, solo in Italia c’è un’epidemia. In tutti i paesi occidentali il problema non si presenta. Non esiste negli altri paesi europei, e mi chiedo come mai un bergamasco o un lodigiano ritornati da Wuhan sono andati a Palermo piuttosto che a Lione o a Vienna o a Ginevra o a Francoforte, che sono pure più vicine. E che nessun tedesco, polacco, francese e simili intrattenga rapporti commerciali o turistici con l’estremo oriente, e che nessun cinese sia andato a Parigi, a Berlino o a Londra (o la brexit riguarda pure i virus?). E che non esiste un solo contagiato negli Stati Uniti, che sono più vicini e hanno storicamente presenza cinese massiccia e storicizzata e rapporti economici importanti, anche se spesso conflittuali, e che sono in qualche modo il centro di smistamento dell’economia mondiale.

Il trucco è presto svelato: nella nostra consolidata diffidenza verso la matematica abbiamo reso pubblici come contagiati tutti i positivi ai controlli, che meritoriamente abbiamo esteso a tappeto su chiunque si presentasse o lo richiedesse, e non solo quelli sintomatici (quelli con la tosse, le crisi respiratorie e la febbre, per capirci), così da fare vedere al mondo e agli elettori che siamo attivi e bravi. Così siamo diventati gli appestati per il mondo intero, comprese le isole Mauritus e i Caraibi, che mi pare non stiano poi così bene a igiene sanitaria (avete mai sentito parlare colà della diffusione del virus “chikungunya” e della febbre “dengue”, malattie febbrili acute trasmesse dalle zanzare, una specie di evoluzione della malaria?).

E se il governo nazionale ha dato il meglio di sé quanto ad efficienza e trasparenza, diffondendo notizie allarmanti, grazie anche alla sete di notizie dei nostri media, ecco che i presidenti delle Regioni e persino i rettori universitari e i vescovi hanno fatto a gara per distinguersi per zelo e accortezza, chiudendo letteralmente l’Italia, chiese comprese. Bene ha fatto il presidente della Lombardia a mettersi in quarantena: dovrebbero imitarlo tutti gli altri diciannove, e non solo per quattordici giorni!

Vale per l’Italia e i nostri governanti (che spesso sono lo specchio del Paese e dunque di noi italiani) il vecchio detto dialettale: ogni vrigogna ci pari onuri (ogni vergogna viene scambiata per un onore), il vantarsi di cose di cui sarebbe saggio e prudente tacere, se non per vergogna almeno per pudore!

Tanto per chiarezza, il nuovo coronavirus (2019-nCoV) fa parte di una vasta famiglia di virus (i coronavirus appunto) che sono noti per causare malattie che vanno dal comune raffreddore a malattie più gravi come la sindrome respiratoria mediorientale (MERS) e la sindrome respiratoria acuta grave (SARS), di cui evidentemente non ci siamo mai preoccupati. Nei comuni vaccini antinfluenzali degli ultimi anni erano presenti ceppi similari, che mettono in una situazione relativamente più tranquilla chi si è prestato a quelle vaccinazioni.

A proposito: dove sono andati a finire i NO VAX? E come mai non abbiamo più paura del morbillo, della difterite, della poliomelite, del vaiolo, della meningite e di tutte quelle altre diavolerie e siamo pronti a rinnegare amici, mogli e figli per un flacone di Amuchina?

Peppino Margiotta

 

PS. Rifletto appena che rientro anch’io tra i soggetti a rischio, almeno come fascia di età, e allora mi metto in quarantena per un paio d’ore, prima a sonnecchiare e poi a leggere Camus, Saramago, Garcia Màrquez e persino il vecchio caro Don Lisander (Don Alessandro Manzoni) che di peste se ne intendevano!

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