Il Taccuino
DEDALOMULTIMEDIA
22-04-19

dunarea 2019 2020

 

Un'importante strada viene polverizzata da una tremenda mareggiata a Portofino? Ricostruita in 5 mesi grazie ad un intervento portofinopubblico/privato. All'inaugurazione anche Mediaset con il fior fiore di artisti italiani. Si briciola il ponte di Genova? Niente paura, passano solo mesi e iniziano i lavori. La Tav perde tempo ma è quasi conclusa. Non parliamo della Cina o del Giappone ma dell'Italia. Prendi il treno più sconquassato a Milano e vale cento volte di più di uno che arranca nel Sud e in Sicilia in particolare. Per non parlare della nostra viabilità interna, dire terzo mondo è dire poco. E l'A. 19, regia trazzera sicula. I ferri fuori dal cemento nei viadotti al Nord sarebbero stati uno scandalo, da noi l'Anas neppure risponde alle accuse e quando lo fa candidamente afferma che interverrà ma con calma e pazienza, entro fine anno. E il pezzo del viadotto incrinato e poi dismesso nei pressi di Scillato ancora da ricostruire. Nessuna vergogna non sono passati neppure dieci anni. Rispetto le emergenze siciliane il filo del tempo si dilata inesorabilmente, altro che cinque mesi. Non ho dimenticato la nostra Panoramica primo crollo febbraio 2009, ancora i lavori devono prendere il via. Ma c'è di tutto e di più Nord-Sud, ponte a Agira-Gagliano, tratte ferroviarie che devono essere rifatte. Badate devono e non si sa in quanti anni e se saranno completamente rifatte. Un quadro micro stampato in due parole ma se lo riportiamo in un macro l'immagine non cambia assolutamente, entra solo nei particolari. In Sicilia una sola industria va a gonfie vele, si chiama disoccupazione. E i governi centrali cosa hanno fatto in decenni e decenni per non dire in secoli, hanno risposto con soliti pannicelli caldi. Purtroppo questa terra fin dal 1860 si è piegata nelle forme di assistenzialismo più bieche che hanno soddisfatto gli egoismi personali ma che hanno condannato l'Isola a dimenticare di fatto come si produce ricchezza e quindi dignità. Queste hanno cancellato soprattutto la capacità di in popolo di indignarsi, di protestare, di cambiare. Hanno condannato una comunità all'asservimento, serrando in fondo ai cassetti la richiesta di dignità e civiltà. Una condanna imposta a volte dolcemente, con l'elargizione di privilegi sempre e assolutamente personali, e a volte con la violenza. Due percorsi paralleli coincidenti nel fine, impoverimento delle capacità produttive di tutta una terra. Viviamo in un'isola tra le più belle del pianeta, scrigno di mille ricchezze tramandate nei tempi, spiagge bellissime e campagne mozzafiato ma non riusciamo a vivere di turismo. Siamo una Regione abituata a creare posti pubblici, a finanziare imprenditori che non producono, a vivere di piccoli egoismi. Oggi il mondo ci porta il conto. Ma per abbandonare i disastri dobbiamo individuare dove abbiamo sbagliato e non è affatto difficile. La politica è la prima risposta non foss'altro perchè si atteggia a classe dirigente. Fin dal 1860 i nostri rappresentanti sono stati “Romadipendenti”, hanno abbassato sempre e comunque il capo. E dire che negli anni la Sicilia ha vantato parlamentari, ministri e presidenti del consiglio. Risultati zero. E dopo il ventennio fascista stessa musica, condanna all'assistenzialismo firmata da tutte le parti sociali. Un esempio. La Fiat di Marchionne decise che in Italia uno stabilimento andava chiuso, ebbene tutti assieme politica, sindacati, mondo dell'imprenditoria stabilirono che Termini Imerese doveva tenere i cancelli sbarrati. E così fu. I rappresentanti siciliani mosche piccole piccole che subirono senza fiatare. Anzi i proclami lanciati al vento da impallidire ma i risultati ancora li piangono gli ex operai dello stabilimento, per non dire tutta l'isola. E la zona industriale di Enna? Un grande affare per tutti eccetto che per la comunità ennese. Ancora non è chiaro quanti miliardi e miliardi siano finiti nelle tasche di “uomini d'affari senza scrupoli”. Senza dimenticare Pasquasia, fatta chiudere per calcolo affaristico condiviso dal mondo politico e sindacale. E poi mille e mille scelte che hanno relegato la Sicilia in fondo al burrone. Insomma che che se ne voglia dire una classe politica assolutamente inadeguata, incapace ad offrire una speranza al territorio. Ma c'è di più, una comunità che prima per paura e poi per convenienza assistenzialista ha chiuso occhi e orecchie ingoiando senza masticare. Ha avvertito dolore ma non ha gridato ed è sopravvissuta. Oggi chi prima forniva i soldi a palate per consumare e quindi far guadagnare chi produceva a Nord ha chiuso i rubinetti. Ha ben capito che nell'era di internet i mercati interni sono i più costosi e quelli che alla fine fanno guadagnare meno. Conseguenza inevitabile cambiare scenario economico. Prima mossa mettere da parte i parenti ingombranti e assai costosi e guardare ad altro. Insomma il governo nazionale ci ha lasciato con il.....culo per terra mortificandoci con tassazioni da cravattari e non immaginando neppure percorsi per ridare vita ad un'anima persa nei meandri dell'assistenzialismo. Anzi hanno messo sul tavolo un carico da undici, il reddito di cittadinanza, altra assistenza senza futuro. Si spera almeno che i controlli siano adeguati, solo così si potrà parlare di sostegno alla povertà. Vedremo.
L'istantanea più compiuta dell'impoverimento ennese, ma anche siciliano, sta nel fatto che ormai nell'isola mancano due classi di età, i trentenni e i quarantenni. Per farla breve le classi che oggi producono figli e lavoro. Per chi è rimasto c'è solo un percorso da affrontare sul quale già qualcuno è impegnato: prendere la strada per costruire vera ricchezza. E badate bene non riprendere, ma prendere, perchè questa Sicilia è stata da sempre condannata a non produrre.

Paolo Di Marco

 

foto corriere.it

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